Il grande fratello ce labbiamo in tasca

Il potere del falso, dal web al talk show: così il gorgo di George Orwell è diventato realtà

George Orwell era diarista formidabile. Nei Diari di Guerra (Mondadori) tiene il registro dell’umore londinese nei giorni del blitz nazista, quando le bombe cadevano su ogni isolato (guardate questa mappa online e capirete cosa voglia dire “bombardamento a tappeto” https://goo.gl/tER8Vw ) e la sconfitta delle democrazie sembrava inevitabile. Già il suo libro magnifico del 1938, Omaggio alla Catalogna , reportage della resistenza contro i fascisti di Franco, si chiudeva con la denuncia della repressione comunista a Barcellona, quando le spie di Stalin fucilavano anarchici e militanti del Poum, il minuscolo Partido obrero de unificacion marxista cui Orwell era vicino. Un pamphlet, perfetto manuale di reportage, che, con smacco di Orwell, venne rifiutato dagli editori di sinistra. Orwell stesso era scampato per un nulla al plotone di esecuzione staliniano, eppure non riuscì a persuadere i vecchi compagni, come l’editore comunista Victor Gollancz, a rompere l’ipocrita copertura a sinistra. Dire che Stalin, come Hitler, era un massacratore, era anatema e il libro apparve per le edizioni Secker&Warburg, marchio progressista.

1984, considerato il capolavoro di Orwell dimenticando troppo spesso lo struggente Fiorirà l’aspidistra, ha donato al suo autore l’onore maggiore per un artista, creare un aggettivo che, dal tono dell’opera, genera un modo di vedere la realtà, “michelangiolesco”, “kafkiano”, “pirandelliano”, “felliniano”. “Orwelliano” è il futuro distopico dove il Male si camuffa da Bene, l’Odio da Benevolenza, l’Oppressione da Libertà, il Falso da Vero, l’Ignoranza da Cultura. E se vi ritrovate a casa nei talk show che ci vengono propinati ad ogni ora in tv, quando un estremista becero, sorridendo mellifluo, snocciola cifre concepite a tavolino, opponendole alle statistiche scientifiche del caso –sui vaccini, sul cambio climatico, sull’economia, sulle fake news- ecco che riconoscerete Orwell.

Il libro, apparso l’8 giugno del 1949, fu l’ultimo dello scrittore e ne accelerò la morte, nel gennaio del 1950, perché già malato di tubercolosi, si fiaccò nello sforzo di concludere il romanzo, rifiutò il ricovero in sanatorio e restò a vivere con il figlioletto Richard Blair (Eric Blair era il vero nome di Orwell) e la sorella Avril a Jura, remota isola delle Ebridi. Il suo ricco amico David Astor, direttore del quotidiano The Observer, gli aveva prestato una casetta sulla collina di Barnhill, adesso meta di devoti lettori, e Orwell visse lì, ridotto una larva da una sperimentale cura di penicillina che, in dosi da cavallo, gli provocò lesioni cutanee, piaghe alla trachea, perdita di capelli e unghie. Eppure continuò a lavorare, fedele a quanto aveva scritto nel 1946: “Comporre un libro è una lotta orribile che vi lascia esausti, come una lunga, dolorosa, malattia. Nessuno si metterebbe mai all’opera se non posseduto da un qualche demone irresistibile che non può comprendere. Per quel che ne sappiamo, quel demone è lo stesso istinto che induce il neonato a strillare per attrarre l’attenzione. Altrettanto vero, però, è che nessuno scrive nulla di leggibile se non lotta, senza soste, per cancellare la propria personalità...”.

Orwell, morente, scrive 1984, cancellando la propria personalità per ribadire l’opposto del diktat totalitario, ieri e oggi: il valore della vita di un singolo essere umano è sacro e ha, da solo, pari dignità della comunità intera. Winston Smith e la sua amata Julia, sfortunati eroi di 1984, vengono spezzati dal sistema del Grande Fratello. Per tanti ragazzi Grande Fratello è solo grottesco reality show, ma la visione di George Orwell sull’isola di Jura si prolunga fosca sul XXI Secolo. Il potere del Falso, reso ancor più potente dall’informazione web, domina Russia, Cina e contende spazio al Vero nel mondo libero. Tanti si convertono stolidi al suo maligno predicare e per questo il lavoro di verità di ciascuno, per quanto umile come per Julia, Winston o Orwell nel cottage gelido di Barnhill, diventa campo di battaglia cruciale della libertà. Nell’agosto del 1947 Orwell annota sul suo diario di esser scampato per miracolo, con il figlio, all’annegamento, dopo avere fatto naufragio con la sua barchetta nel perfido gorgo di Corryvreckan, che ancor oggi i turisti ammirano spaventati dai traghetti. Solo dei pescatori di passaggio salvarono la famiglia dalla morte e quel gorgo divenne metafora del male, cui opporre verità e bellezza.

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