Il grande fratello ce labbiamo in tasca

David Bowie nelle fauci feroci del 1984: un’attrazione fatale

Ci vollero parecchi anni prima che David Bowie decidesse di confessare: «È stato il mio primo album registrato completamente sotto l’effetto della cocaina». Non era un primato del quale andava fiero, in verità. Nel 1974 Bowie aveva 27 anni ed era nel pieno di ondate creative che ridisegnavano lo sfondo del rock, facendo a brandelli un certo edonismo e il suo stesso personaggio di Ziggy Stardust, per consegnarsi all’estetica dell’inquietudine, ai dubbi e alle incertezze sul futuro, ispirate dal crollo dei sogni degli Anni Sessanta, dalla crisi che incalzava. Bowie si riferiva, nel suo outing, a Diamond Dogs, il leggendario vinile che contiene tra l’altro il brano 1984. Il disco uscì il 24 maggio 1974, illustrato da una copertina orrorifica nella quale la rockstar si mostra mezzo uomo e mezzo cane: la copertina sollevò milioni di polemiche, ma il lavoro livido, vario, modernissimo nei suoni che anticipavano il futuro, fu accolto con grande favore e molti volonterosi tentativi di interpretazione quasi mai adeguati. Le rockstar leggevano, mica come oggi: tutto era nato dalle lettura di 1984 di George Orwell e Ragazzi Selvaggi di William William Burroughs (quest’ultimo un luminare per le generazioni perdute del rock più oscuro, come i Velvet Underground).

Nel buttare alle ortiche il suo lavoro precedente, Bowie salva qualche reliquia glam proprio nell’orchestrazione di 1984, il brano che troneggia nella facciata B e nei suoi intenti suona come biglietto da visita di un’ambizione coltivata da tempo. Mentre canta «Apriranno il tuo bel cranio e lo riempiranno d’aria/ Ti diranno che hai ottant’anni/ Ma, amico, non te ne importerà nulla/ Ti farai di qualsiasi cosa/ E il domani non arriverà mai/ Fa’ attenzione alle fauci feroci/ Del 1984!...», nella sua mente c’è già per primo l’adattamento televisivo di 1984 di Orwell. Ma il progetto centrale sarà l’idea di un musical da mettere in scena nel West End, «accompagnato da un album e da un film», come spiegherà ogni volta che potrà.

Ambizioni che non si realizzeranno mai, perché la vedova di Orwell, Sonia Brownell, erede universale dello scrittore, si spaventa di quella «robaccia» per lei incomprensibile e di cattivo gusto, e non gli concederà i diritti del romanzo. Alla sua morte, nel 1980, altri ne beneficeranno: il regista Michael Radford ne farà, proprio nel 1984, un film; ma non gli piacerà la colonna sonora degli Eurythmics For the Love of Big Brother, al punto che preparerà poi due versioni del lungometraggio, in una delle quali ci sarà altra musica più tradizionale.

Non c’è stata dunque mai pace fra Orwell e il rock, che pure considerava lo scrittore una propria divinità e un vate del quale non poteva fare a meno per esprimere la paura del futuro. Di questo filone, con la sua sensibilità messianica David Bowie appare ancora oggi il principale adepto. L’album Diamond Dogs, cani di diamante, rappresentò attraverso il succedersi dei brani una visione spaventevole della propria vita di adulti, attraverso l’immagine di questi cani di diamante, geneticamente modificati, che dopo una catastrofe atomica sbranano ciò che resta degli umani. Forse, anzi, i Diamond Dogs siamo noi. La paura di un futuro prigioniero viene attenuata dall’assunzione della «Sweet Thing», nel brano che celebra la droga di cui l’autore è preda come egli stesso confesserà («Non è bello - canta - Ghiacciarti il cervello?»). E in un altro brano, esplicitamente intitolato Big Brother, rivive la delusione per il Grande Fratello che doveva salvarci e invece ci ha trascinati in catene. Qui, Bowie sogna «Qualcuno che ci faccia vergognare, un Apollo pieno di coraggio. Qualcuno che ci inganni», qualcuno come te!».

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