Il grande fratello ce labbiamo in tasca

Cingolani: la tecnologia non è un monologo ci salverà la concorrenza tra le grandi potenze

L’invenzione dei “fatti alternativi”, opera di Kellyanne Conway, ha regalato una nuova giovinezza a 1984. È bastato che la consigliera di Donald Trump accostasse quelle due parole inconciliabili per far balzare il romanzo di Orwell in cima alle vendite di Amazon. I “fatti alternativi”, come li ha chiamati Conway, erano in realtà le bugie della Casa Bianca sull’affluenza di pubblico alla cerimonia inaugurale del presidente. Erano bugie che rispondono all’idea di verità del Grande Fratello, quella per cui i fatti sono fatti se lo sono per il capo.

«Il fatto è un fatto. Punto. È un dato misurabile, e non può essere messo in discussione da nessuno. Il fatto alternativo è un’invenzione che non esiste nella realtà», taglia corto il direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia, Roberto Cingolani. «Il fatto alternativo è la descrizione di un evento con molte omissioni, è una visione incompleta, un’opinione. Il fatto lo misuri. Il fatto alternativo, invece, è la menzogna di chi sa di mentire. Solo che la menzogna viaggia nei social media, si moltiplica, diventa ridondante e alla fine ci confonde».

I social media sono il nostro Grande Fratello?

«Ci si avvicinano molto. I social media tengono traccia di ogni nostro movimento, acquisto, commento su Internet. Ma è proprio la loro capacità di prevedere a renderli molto vicini al futuro immaginato nel Dopoguerra da Orwell: entri in macchina e ti dicono che la strada è libera e che ci vorranno venti minuti fino a casa. Possono essere uno strumento molto positivo, tutto sommato inutile oppure dannoso. Dipende».

L’evoluzione della tecnologia che ha appena usato come esempio è l’intelligenza artificiale nell’automobile, l’auto che si guida da sé. Vladimir Putin ha dichiarato che la “nazione che sarà leader nell’intelligenza artificiale governerà il mondo”.

«L’ho sentito dire tante volte, da tanti altri personaggi illustri. Quando esce una nuova tecnologia c’è sempre qualcuno che se ne impossesserà. Ma non accade mai: le grandi potenze non permettono che una abbia la meglio sulle altre. La tecnologia non è un monologo. Dichiarando che l’intelligenza artificiale permetterà a una sola nazione di dominare il mondo, Putin ci regala una dimostrazione di scarsa intelligenza».

Cos’è, oggi, l’intelligenza artificiale?

«È uno strumento favoloso che razionalizza, analizza, prevede. Apre prospettive, aumenta le potenzialità dell’umano. Come tutte le tecnologie ha un bilancio con un saldo netto positivo, basta usarla bene e darle delle regole chiare».

Secondo le previsioni eliminerà molti lavori.

«Le macchine sostituiscono il lavoro routinario. È sempre accaduto, solo che in passato le tecnologie erano più lente. Ora nell’arco di una vita lavorativa vediamo avvicendarsi due o tre generazioni di tecnologie nuove. Stare al passo con loro è difficile. La soluzione è aggiornarsi, non smettere mai di studiare. Per saperci adattare all’intelligenza artificiale dobbiamo investire sull’intelligenza umana, la nostra».

Investire sull’intelligenza umana vuol dire studiare informatica, ingegneria, matematica? Dedicarsi all’innovazione e alla ricerca applicata e trascurare la ricerca di base? Dimenticare le scienze umane?

«Al contrario: la filosofia, l’etica, il diritto saranno la nostra via di salvezza. Vedo una grande possibilità di contaminazione tra scienze umane e scienze esatte. Le prime sollevano problemi che le seconde devono risolvere. Devono solo cominciare a sedersi attorno allo stesso tavolo».

Oggi l’intelligenza artificiale è molto concentrata in America e in Cina. Non teme un ruolo di secondo piano per l’Europa e per l’Italia?

«Gli Stati Uniti controllano una larghissima fetta della capacità di calcolo (il 38% secondo la classifica Top500 dei supercomputer, ndr.). La Cina è seconda (31%). Poi, a larga distanza, c’è il resto del mondo (Regno Unito e Giappone con l’8% e gli altri a seguire). Siamo di fronte a una competizione formidabile che ci impone di investire in infrastrutture di calcolo e di supercalcolo. Altrimenti dovremo prendere in affitto potenza di calcolo aggiuntiva da altri Paesi, non saremo più noi a custodire i nostri dati. E questo ci indebolirà».

Siamo sulla buona strada?

«Non direi. Al momento non brilliamo. E non brilla neppure l’Europa».

*Giornalista al Secolo XIX dove si occupa di economia, nuove tecnologie e ricerca

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