Il grande fratello ce labbiamo in tasca

Anche Godard nello spazio dove Alpha è Big Brother

L’idea di un futuro abitato da un’umanità annientata dai totalitarismi, costretta a rinunciare alla volontà, ai sentimenti, alla speranza, ha occupato, fin dalla prima versione cinematografica del romanzo di Orwell, l’immaginario di numerosi registi, americani ed europei. Nel territorio della fantascienza, uno dei generi cardine del cinema hollywoodiano, diversi autori hanno individuato strumenti perfetti per denunciare omologazione e perdita di autonomia. Non a caso la prima versione di 1984, realizzata dalla BBC, con Peter Cushing nel ruolo del protagonista Winston Smith, scatenò proteste del pubblico, interrogazioni parlamentari e pesanti critiche per il contenuto giudicato sovversivo. Da allora, il testo è stato molte volte re-interpretato, con diverse sfumature, rivoluzionarie, fantastiche, romantiche. Una fascinazione che non si è mai interrotta, e che ha informato, non solo le trasposizioni dirette del romanzo di Orwell, ma anche altri film, ispirati ad altri libri, eppure ugualmente legati a quella suggestione di libertà perduta e controllo onnipresente.

Così, dopo Nel 2000 non sorge il sole (1984), diretto nel ‘56 da Michael Anderson, e prima del remake di Michael Radford, fedelissimo al testo, con Richard Burton alla sua ultima apparizione sul grande schermo, Jean Luc Godard aveva descritto (nel ‘65) in Agente Lemmy Caution: missione Alphaville, l’avventura del detective inviato nella città galattica dove la vita quotidiana è regolata dal computer Alpha 60 con lo scopo di bandire emozioni e comportamenti irrazionali. I ribelli affrontano la pena capitale declamando dichiarazioni poetiche al pubblico, mentre il protagonista Caution (Eddie Constantine), nel tentativo di vincere la passività di Natacha (Anna Karina), la ragazza che lo accompagna e di cui si è innamorato, le recita versi da Capitale de la douleur di Paul Eluard. Parole, letteratura, poesia, sono i nemici principali degli universi orwelliani e, infatti, sotto il regime del «Grande Fratello», la «neolingua» dominante prevede l’eliminazione del lessico con finalità intellettuali, nella certezza che cancellare termini dal vocabolario serva a reprimere per sempre l’istinto della ribellione. Sulla distruzione del linguaggio attraverso i libri, che lo rinnovano e lo tengono in vita, ruota anche il classico Fahrenheit 451, diretto da François Truffaut e basato sul romanzo di Roy Bradbury, il maestro della fantascienza «umanistica». Come in 1984 e come nel film di Anderson, la trama delinea scenari prossimi venturi dominati dall’oscurantismo, regimi in cui i volumi vanno al rogo perchè giudicati causa di turbamenti e infelicità.

Nel panorama distopico in cui Terry Gilliam ambienta Brazil, la burocrazia è al potere e la meschinità è diventata una dote necessaria per sopravvivere. Nel film, che Gilliam aveva pensato di intitolare 1984 e mezzo, per omaggiare contemporaneamente Orwell e Fellini, il protagonista Sam (Jonathan Pryce) è un piccolo impiegato del Ministero dell’Informazione abituato a sognare ad occhi aperti e spinto alla riscossa dalla passione per una ragazza misteriosa. In nome dell’amore, sullo sfondo di una società lobotomizzata, popolata da monitor invadenti, Sam si lancia in un’impresa più grande di lui, ma il finale è malinconico, con l’eroe prigioniero, ancora vittima dell’autorità repressiva, in un ambito dove violenza e chirurgia plastica vanno di pari passo, nelle loro forme più estreme. Nel 2013, con The Zero Theorem, Gilliam torna a esplorare le conseguenze dell’appiattimento mentale, immaginando le peripezie dell’hacker Qoehn Leth (Christoph Waltz) alle prese con un «Managment» che decide della sua esistenza, ma soprattutto diviso tra normalità e follia, asservimento e indipendenza, uniche alternative offerte ai cittadini dei regimi tecnocratici. La fantascienza cinematografica, che ormai è diventata attualità, non smette, a partire da 1984, di ipotizzare soluzioni per questo contrasto infinito.

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