Francia Germania ultima chiamata per Bruxelles

Onu, niente seggio europeo Parigi non rinuncerà al suo

La battaglia per la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu dura da quasi trent’anni, e nasce insieme dall’ego dei paesi, e dall’ambizione di avere un impatto maggiore sulla scena internazionale. Questo riguarda tanto chi spera di entrarci da membro permanente, come la Germania, quanto chi vuole evitare di esserne escluso, come l’Italia. Non è detto però che gli interessi dei singoli protagonisti coincidano con quello dell’umanità, che invece avrebbe bisogno di un organismo più efficace e funzionale.

La prima, e finora unica riforma del Consiglio di Sicurezza, fu fatta nel 1965, quando i membri non permanenti furono portati a 10, per rispecchiare l’aumento dei paesi ammessi al Palazzo di Vetro. Tutti oggi concordano sul fatto che il Consiglio non rappresenta più i rapporti di forza nel mondo, ma nessuno ha trovato la formula magica per aggiornarlo, da quando il dibattito sulla riforma è ripreso all’inizio degli anni Novanta.

Allora l’idea circolata era quella del “quick fix”, che puntava a fare entrare come membri permanenti Germania e Giappone, allo scopo di inserire le maggiori potenze economiche dopo gli Usa, e India e Brasile, per dare spazio ai paesi emergenti di aree poco rappresentate. L’Italia, guidata allora dall’ambasciatore Fulci, si era opposta a questa ipotesi perché non voleva essere esclusa, ma anche perché riteneva che non fosse la soluzione più giusta. Da una parte, infatti, interi continenti come l’Africa sarebbero rimasti fuori; dall’altra, creare nuovi privilegi avrebbe generato nuove rivalità, senza risolvere i problemi di fondo dell’efficacia, la funzionalità e la rappresentatività dell’organismo. Roma aveva avuto ragione, perché intorno a due gruppi chiamati prima “Coffee Club”, e poi “Uniting for Consensus”, era riuscita a coalizzare un’alleanza abbastanza ampia da impedire ai “grandi pretendenti” di ottenere la maggioranza di due terzi in Assemblea Generale, necessaria ad approvare la riforma. Da allora in poi il dibattito è continuato, senza risultati. Ora la Francia lo ha rilanciato, promettendo di sostenere l’ambizione della Germania al seggio permanente. È un passo importante, ma non va dimenticato che gli Usa hanno sempre appoggiato con forza l’ingresso del Giappone, rimasto fuori. Più logico sarebbe proporre un seggio europeo, se la UE andasse davvero verso una maggiore integrazione, ma aspettarsi che Parigi sacrifichi quello nazionale è illusorio.

Il primo problema del Consiglio è la distinzione tra i membri permanenti e non, e soprattutto il veto, che i paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale si erano attribuiti per poter controllare l’organismo. E paralizzarlo, come abbiamo visto ad esempio con la Siria. Per avere un vero strumento democratico bisognerebbe eliminare questi privilegi, consentendo al Consiglio di esprimere a maggioranza la volontà della comunità internazionale. Ma ciò non avverrà mai, per almeno due ragioni. Primo, perché i cinque membri permanenti non rinunceranno ai loro vantaggi; secondo, perché le decisioni di un organismo senza Usa, Cina o Russia non avrebbero realisticamente alcun peso. Oggi è rarissimo che si trovino d’accordo, come peraltro accadeva anche durante la Guerra Fredda, ma almeno sappiamo che quando lo fanno, la volontà delle potenze che contano è chiara.

Aggiungere qualche seggio permanente, con o senza veto, darebbe soddisfazione all’ego dei pretendenti e frustrerebbe gli esclusi, ma è difficile spiegare in concreto perché renderebbe più efficiente il Consiglio. Aggiungere altri seggi non permanenti, magari a rotazione più frequente come propone l’Italia, potrebbe rappresentare un compromesso accettabile ai più, ma allargherebbe l’organismo rendendolo ancora più macchinoso.

Tutti vogliono esserci per il prestigio, ma anche perché resta un luogo insostituibile per avere un impatto sui destini del mondo. Fatica a riuscirci, anche perché la natura degli esseri umani è scontrarsi, ma è l’unico strumento che abbia la legittimità necessaria a raggiungere soluzioni davvero condivise. Lo dimostra il fallimento dei neocon nel sostituire l’Onu con l’Alleanza delle Democrazie, che sarebbe stata un club esclusivo e potente, ma non rappresentativo di tutti i problemi del mondo, dove peraltro le democrazie francese e tedesca si sarebbero comunque opposte all’intervento in Iraq voluto dalle democrazie americana e inglese. Non a caso anche Trump, che detesta le organizzazioni multilaterali, viene al Consiglio quando cerca legittimità sull’Iran o il Venezuela, anche se poi si scontra con i veti di Russia e Cina. Indispensabile dunque, ma forse irriformabile.

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