Francia Germania ultima chiamata per Bruxelles

Ma sulla Germania pesa l’ipoteca cinese

Se i riti hanno un’importanza in sé, la decisione di Angela Merkel ed Emmanuel Macron di firmare il nuovo patto di amicizia franco-tedesco ad Aquisgrana dice molto di quell’alleanza per il resto dell’Unione. Aquisgrana era sede della corte di Carlomagno e dista mezz’ora di auto da Maastricht, la città che nel 1992 diede i natali all’euro. Se l’Europa unita affonda le radici nel cristianesimo, la moneta oggi è ciò che la tiene unita. I populismi in fondo sono il rifiuto di un’amara verità: l’Europa dell’euro, del libero scambio e dei confini aperti è più avanti della somma delle culture che la rappresentano. La photo opportunity che da qualche decennio unisce i leader pro tempore di Francia e Germania ci ricorda che Parigi e Berlino sono i garanti di questo fragile equilibrio.

Quanto c’è di opportunistico nel loro patto? E’ davvero la garanzia di un privilegio all’interno dell’Unione? Il legame franco-tedesco è cruciale per l’Europa perché ha messo fine a secoli di ostilità. E se dal Dopoguerra la Germania ha avuto un’area di influenza politica ed economica, non è stato certo verso Ovest. La Germania aveva ed ha rapporti privilegiati con Olanda, Polonia, i Paesi oggi uniti sotto il vessillo di Visegrad. La firma di Maastricht fu la scelta visionaria dell’allora leader tedesco Helmut Kohl. “Agii come un dittatore”, raccontò a proposito della decisione di rinunciare al marco. “Se avessi chiesto un parere ai miei concittadini prima di farlo forse l’avrei perso”. François Mitterrand non era convinto di quell’abbraccio, ma aveva meno da perdere e accettò in nome di un’idea superiore. Difficile fare la storia con i se, e stabilire se l’euro sia stata davvero l’arma formidabile di quella che i populisti definiscono l’egemonia franco-tedesca sull’Unione.

Una cosa è certa: se oggi i primi segnali di recessione arrivano dalla Germania, è perché il principale mercato di sbocco delle merci tedesche non è in Europa, bensì in Cina. La Francia è solo il quarto partner commerciale di Berlino dopo Olanda e Stati Uniti. L’Italia è sesta, eppure l’area economica più ricca e integrata della zona euro resta quella che va da Monaco a Milano. Il Trattato di Aquisgrana non ha solo una valenza politica, serve a ritrovare un rapporto privilegiato fra vicini perso nelle nebbie della globalizzazione. Lo impone la storia prima dei numeri, nei mesi in cui la Gran Bretagna se ne va, l’Italia coltiva – forse inconsapevolmente - il proprio isolamento e l’Unione rischia di andare in pezzi. Per la Germania c’è un problema in più, ed è il rapporto con la Cina. Se negli anni Settanta e Ottanta lo sbarco dei grandi marchi dell’auto tedesca a Oriente ne ha costruito le fortune, ora gli equilibri sono cambiati. Pechino si avvicina al massimo della sua espansione economica, non è più solo un mercato di sbocco ed è in grado di imporre condizioni a tutti i partner commerciali. E’ nella natura umana: quando le ambizioni si ridimensionano la prima conseguenza è apprezzare quanto trascurato. Il Trattato fra Parigi e Berlino è così esplicito che sembra parlare di due nazioni finora lontanissime: “Occorre rafforzare la cooperazione transfrontaliera” e l’ambizione “ad un’integrazione completa e rapida dei mercati”. Più che un patto fra i due soci forti dell’Unione, Aquisgrana come Maastricht è il tentativo delle due democrazie più grandi del Continente di salvare l’Europa per salvare sé stesse. Se l’Italia restasse fuori dal processo in nome di un’ostilità verso quell’asse preferenziale le conseguenze saranno pessime per l’Unione e per l’Italia stessa.

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