Francia Germania ultima chiamata per Bruxelles

L’italia deve saper giocare di sponda non di scontro

L’incontro tra Francia e Germania il 22 gennaio scorso, ad Aquisgrana, è stato letto da diversi analisti in chiave anti-italiana, e da altri come la volontà di ribadire una centralità del motore franco-tedesco in una fase molto delicata per l’Unione Europea. Entrambe le interpretazioni sembrano dunque sottolineare il tratto esclusivo, o comunque “non includente”, della scelta di Parigi e Berlino. Ma è davvero così? Ne abbiamo parlato con l’Ambasciatore Michele Valensise, che oltre ad avere una lunga carriera diplomatica – è stato tra le altre cose ambasciatore a Berlino – è oggi presidente del Centro italo-tedesco per l’eccellenza europea “Villa Vigoni”.

Ambasciatore Valensise, secondo lei l’accordo di Aquisgrana interferisce negativamente nei rapporti tra Francia, Germania e Italia?

«Innanzitutto è bene ricordare che l’accordo di Aquisgrana è la prosecuzione dello storico accordo del Trattato dell’Eliseo del 1963 con il quale si gettarono le basi per una stretta cooperazione a tutti i livelli tra il governo francese e quello tedesco, e anche tra le singole amministrazioni. A ben guardare, l’accordo di Aquisgrana è un accordo che non modifica, ma consolida quella cooperazione. A mio avviso sarebbe un errore leggere l’accordo esclusivamente con la lente della suscettibilità nazionale, invece che in base ai suoi contenuti oggettivi».

Non crede che la scelta del momento sia stata poco opportuna?

«Si può certamente discutere del timing dell’annuncio, che legittima qualche dubbio e interrogativo e si presta a possibili interpretazioni critiche, ad esempio quella secondo cui Germania e Francia vogliono andare avanti per conto loro prescindendo dalla costruzione comune. Ma ho l’impressione che si tratti di un’interpretazione riduttiva. Perché è vero, ci sono cose che agli italiani non piacciono, e giustamente: penso in particolare alla scelta di definire “una priorità franco-tedesca” il seggio permanente alla Germania presso le Nazioni Unite (quando in passato era solo un auspicio, e solo tedesco). Ma, se si prescinde da questo passaggio infelice, l’ispirazione generale non è anti-europea, si inserisce piuttosto nel solco di una politica comunitaria consolidata».

Le attuali difficoltà che si registrano tra Italia e Francia hanno aumentato il livello di suscettibilità?

«Diciamo che le cose non sono rese più facili da alcuni nostri attacchi frontali alla Francia e in parte alla Germania. Certo, abbiamo dossier sui quali abbiamo ragione di far valere la nostra insoddisfazione, come i migranti. Però sul tavolo abbiamo anche un progetto come la Tav, dove esitazioni, ritardi e possibili ripensamenti vengono dall’Italia, non dalla Francia. Lo stesso vale per la Germania, che pure ci ha lanciato qualche segnale distensivo – ad esempio nella laboriosa fase di esame della legge di bilancio a Bruxelles – forse non pienamente percepito da parte italiana. Quindi se è vero che l’accordo non favorisce la dinamica triangolare (Francia-Germania-Italia), credo anche che abbiamo una certa responsabilità nell’esser rimasti ai margini di questo esercizio, tra l’altro congelando di fatto il progetto di trattato tra Italia e Francia avviato a gennaio dell’anno scorso».

Quali sono i rischi?

«Rischiamo di compromettere la nostra capacità di interagire con Paesi che possono essere criticati, ma rappresentano pur sempre la colonna portante del condominio di cui siamo membri. Bisogna stare attenti a non chiudersi in un isolamento velleitario».

Per scongiurare un isolamento dell’Italia quali dovrebbero essere a suo avviso le priorità nell’agenda di governo?

«La cosa essenziale è impostare l’agenda su basi solide. Se ci convinciamo che il resto dell’Unione Europea e in particolare Francia e Germania abbiano come obiettivo di fondo la penalizzazione o l’umiliazione dell’Italia, temo che ci muoveremmo su un terreno scivoloso e molto improduttivo. Diversamente, se riconosciamo che nella fase attuale, ancor più con il Regno Unito a un passo dal divorzio dalla Ue, è la stessa Europa ad aver bisogno dell’Italia, allora le cose potrebbero andare meglio per noi, con carte migliori per far valere i nostri interessi a Bruxelles, dove paga il metodo delle sponde, non dello scontro. E d’altra parte, pensiamo al caso Seawatch. Quali sono i paesi che più di altri hanno dato seguito, anche se tardi, alla legittima richiesta italiana di ripartire i migranti in quote tra i diversi stati membri? Francia e Germania. Segnali da cogliere, e da sfruttare».

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


[Numero: 159]