Francia Germania ultima chiamata per Bruxelles

I soldati tedeschi non rubano asciugamani

I tedeschi avevano preso da tempo tutte le misure per organizzare una festa al castello di Montmort nella notte tra il 21 e il 22 giugno. Era l’anniversario del giorno in cui il reggimento era entrato a Parigi, ma nessun francese avrebbe conosciuto la vera ragione di quella scelta poiché la parola d’ordine data dai comandanti imponeva di non urtare l’orgoglio nazionale dei vinti. I popoli sono ben consapevoli dei propri difetti; li conoscono meglio di quanto l’osservatore straniero più malevolo. Durante una conversazione amichevole che Bruno von Falk aveva avuto negli ultimi tempi con una giovane francese, quest’ultima aveva detto: «Noi dimentichiamo tutto molto in fretta, è la nostra debolezza e insieme la nostra forza! Dopo il 1918 abbiamo dimenticato subito di avere vinto, ed è stata la nostra rovina; adesso ci dimenticheremo di essere stati sconfitti, e sarà forse la nostra salvezza!».

«Il nostro difetto nazionale» aveva ribattuto Bruno «e insieme la nostra maggiore qualità è la mancanza di tatto o, in altre parole, la mancanza di fantasia: siamo incapaci di metterci al posto di un altro, lo offendiamo gratuitamente, ci facciamo odiare, ma questo ci permette di agire in modo inflessibile e senza cedimenti».

Poiché i tedeschi stavano in guardia contro la propria mancanza di tatto, erano molto attenti a come parlavano e pesavano ogni parola quando si intrattenevano con la gente del posto, che di conseguenza li tacciava di ipocrisia. E a Lucile, che gli domandava che cosa celebrassero con quella festa, Bruno aveva risposto in modo evasivo che da loro c’era l’usanza di riunirsi più o meno intorno al 24 di giugno, la notte più corta dell’anno, ma siccome per quella data erano state fissate delle grandi manovre avevano dovuto anticipare la festa.

Tutto era pronto. Nel parco ci sarebbero stati dei tavoli apparecchiati e agli abitanti era stato chiesto di dare in prestito per qualche ora le loro tovaglie più belle. Con grande rispetto e infinita cura i soldati, sotto la direzione personale di Bruno, avevano fatto una scelta fra pile di tovaglie damascate che venivano tirate fuori dalle profondità degli armadi. Le borghesi, levando gli occhi al cielo – come se si aspettassero, pensava maliziosamente Bruno, di veder scendere da lassù santa Genoveffa in persona per folgorare i tedeschi sacrileghi, colpevoli di profanare quei preziosi tesori di famiglia con tanto di orli a giorno e monogrammi ricamati a motivi di fiori e uccelli -, montavano la guardia e contavano gli asciugamani davanti ai tedeschi. «Ne avevo quattro dozzine: quarantotto pezzi, signor tenente e me ne ritrovo solo quarantasette». «Mi permetta di contare insieme a lei, signora. Sono sicuro che non le abbiamo preso niente, forse l’emozione la confonde. Ecco il quarantottesimo asciugamano caduto ai suoi piedi, signora. Mi consenta di raccoglierlo e consegnarglielo». «Ah, sì, è vero! Mi scusi», replicava la borghese con un sorriso acido «ma quando si butta tutto all’aria così, se non si sta attenti la roba sparisce». Lui, tuttavia, aveva trovato il modo di ammansire quelle signore con un bell’inchino diceva: «Naturalmente, non abbiamo alcun diritto di chiederle questo. È chiaro che non rientra nei nostri oneri di guerra…».

Insinuava addirittura che se il generale lo avesse saputo… «È così severo… Potrebbe punirci per la nostra sfacciataggine… Ma ci annoiamo talmente. Vorremmo tanto avere una bella festa. E’ un favore che le chiediamo, signora; liberissima di rifiutare». Parole magiche! Il volto più accigliato si apriva immediatamente a una parvenza di sorriso (un pallido e avaro sole d’inverno su una di quelle vecchie case opulente e decrepite, pensava Bruno).


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