Francia Germania ultima chiamata per Bruxelles

Carlo minimo

Se il presidente Macron e la cancelliera Merkel si sono messi in testa di rifondare l’Europa ad Aquisgrana in ragione del forte richiamo evocativo che ha la città ove si conservano le spoglie di Carl re dei Franche e dei Longobardi e imperatore dei Romani, proclamato dal suo biografo ufficiale Eginado, iI Grande, allora stiamo freschi. Intanto perché hanno sbagliato posto; come attesta con dovizia di fonti il dotto studioso professor Giovanni Carnevale, l’Aquisgrana amata dall’imperatore non era la città lassù in mezzo alle selve di Renania ma la ben più grata Aquas Grani da lui stesso fondata nel Piceno, nell’ubertosa val di Chienti, a un passo dal tiepido mare Adriatico e a due da Roma. E poi, e prima di tutto, perché sarebbe anche ora di farla finita con questa mitologia carlista. Appurato che nemmeno la sapeva pronunciare la parola Europa, l’investitura a imperatore dei romani, l’unico atto politico che poteva ombreggiare una qualche intenzione di universalismo europeo, fu una pagliacciata orchestrata con un papa Leone III quanto mai avido, dissoluto e odiato, dove lo scambio fu: io ti salvo la pelle e la tiara. Già, re Carlo aveva l’hobby della dottrina cristiana, era uomo di provata ignoranza. Vogliamo ricordare le sue campagne di pulizia etnica dei Sassoni e degli Avari condotte in nome di Cristo? E forse possiamo dimenticare come detestasse a tal punto gli handicappati da diseredare il suo figlio primogenito solo perché era gobbo? E, soprattutto, che ce ne facciamo di un fondatore d’Europa che si è intestato sue battaglie, battaglie vere non razzie e massacri, e le ha perse tutte e due? Costantinopoli non l’ha vista nemmeno con il binocolo, schiacciato da una femmina, la basilessa Irene; in Spagna persino i cristiani gli si rivoltarono contro, preferendogli l’elegante e tollerante califfato amayyade, e, colmo della sua albagia, andando a pestare i marroni ai baschi, questi gli diedero a Roncisvalle l’opportunità di un’epica sconfitta che lasciò sul campo la sua meglio gioventù, a futura gloria dell’unica opportunità veramente europea che ci ha, del tutto involontariamente, lasciato, il romanzo.

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