Francia Germania ultima chiamata per Bruxelles

A Churchill piaceva tanto l’Europa (pur di starne fuori)

Winston Churchill auspicava la creazione di un’Europa federale. Ma Londra – riteneva - di non doveva farne parte. Lo spazio della Gran Bretagna era il mondo intero, altro che confini euroasiatici. Per i nostalgici sovranisti britannici, la Brexit è il ritorno alla visione di Churchill. Peccato non vi sia più un impero da dominare.

Eppure nel 1940, mentre i tedeschi annichilivano la Francia, Churchill non era ancora un “brexiteer ante litteram”: aveva infatti pensato alla creazione di una unione “franco-britannica”, qualcosa che andasse ben al di là di un patto militare.

Ne aveva discusso il 16 giugno di quell’anno al Carlton Club con Charles de Gaulle. Per due settimane l’idea di trasformare Regno Unito e Francia in un’unica grande casa, un mega-Stato a cavallo della Manica da cui allargarsi poi a Est, era balenata non solo nella mente del primo ministro britannico ma persino fra i membri del Partito conservatore.

Poi ci fu Dunkirk, la grande ritirata delle truppe britanniche e di 100 mila francesi. L’unione franco-britannica svanì in un attimo, così come in un guizzo estemporaneo era nata l’idea. E fu solo alleanza militare contro le mire di Hitler.

Finita la Seconda guerra mondiale, mentre gli inglesi scrivevano la narrativa trionfante su Dunkirk e sulla vittoria nella battaglia d’Inghilterra, e si ergevano a baluardo delle libertà, l’idea del mega-Stato europeo cominciò a parlare tedesco e francese con Schumann e Adenauer.

Il Trattato di Aquisgrana del 22 gennaio con le firme di Angela Merkel e Emmanuel Macron altro non è che un prosieguo di un cammino che Churchill aveva abbozzato e altri hanno fatto proprio. A scapito del Regno Unito.

Londra ha sempre avuto un atteggiamento ambiguo nei confronti del motore franco-tedesco della Ue. Più il legame fra Berlino e Parigi era saldo, più l’influenza britannica in Europa scemava. L’unica strategia possibile è stata quella del “divide et impera”, ovvero alternare le alleanze con Germania e Francia sui singoli temi in modo da contenere l’influenza franco-tedesca. Londra ha trovato a Berlino orecchie sensibili sui temi del commercio e sulle liberalizzazioni. E con Parigi gli inglesi hanno sempre condiviso l’idea della valorizzazione delle prerogative nazionali. Questo gioco di sponda ha consentito ai britannici di incassare benefici ed esenzioni nei decenni in cui si sono mossi nei palazzi delle istituzioni europee: come il sostegno all’espansione a Est della Ue in funzione anti-Russia, o le politiche di opt-out o quel passaporto finanziario che garantisce alla City forza attrattiva nel mondo del business pur senza dover rinunciare alla sterlina.

Ogni volta il motore fra Berlino e Parigi aumenta di giri, però Londra deve inseguire. Ha trovato talvolta sponda a Washington, come quando Blair scelse Bush e l’avventura irachena piuttosto che schierarsi con Schroeder e Chirac. Altre volte – basti pensare alla politica energetica e ai legami fra Berlino e Mosca - ha avuto ruoli residuali.

Ma se Londra dentro il consesso europeo aveva carte e alleati (i falchi del nord, il mondo scandinavo) da spendere, il nuovo patto di Aquisgrana e il profilarsi di una Brexit caotica, rendono il Regno Unito debole.

E la presenza all’Eliseo di Macron, europeista con l’obiettivo di rendere la coesione degli Stati membri ancora più compatta, complica il lavoro britannico, ante e post Brexit. Se Merkel ha sempre mostrato segnali di apertura nei complicati negoziati, il sodale parigino ha spesso stoppato le richieste britanniche. Macron è per gli inglesi quello che De Gaulle (non quello del Carlton Club) è stato da presidente: l’uomo dei no a Londra. Averlo ora come estremo dell’asse Berlino-Parigi, è quanto di peggio a Downing Street potessero immaginare. E pensare che l’Europa unita poteva nascere proprio al Carlton Club nel 1940.

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