Chilometro zero

Sandra, curiosa e godereccia: “Per me Km0 è uno stile di vita”

A ncora oggi c’è chi chiama affettuosamente Sandra Chiarato «la mamma del chilometro zero». Oggi che sono passati 15 anni da quella (inizialmente) piccola rivoluzione partita dal cuore di Padova e che quell’espressione le esce «un po’ dagli occhi» pur regalandole - perché la voce tradisce l’emozione - una buona dose di orgoglio.

Ma facciamo un passo indietro. Come è nato lo slogan così popolare del km zero, concetto prima applicato al solo settore automobilistico e poi ampliato dal protocollo di Kyoto del 1997? Come si intrecciano la sfida di una comunità veneta con la lotta contro il surriscaldamento globale? E nel settore alimentare è considerato un neologismo? La Treccani segnala la prima comparsa della locuzione nel 2005, un paio di anni dopo l’inizio della battaglia per il cibo locale attribuita a Chiarato, grande frequentatrice di osterie ed enoteche della sua Padova.

«Sono sempre stata un tipo curioso e godereccio - ci racconta oggi che ha 52 anni e come allora si occupa della comunicazione per Coldiretti Veneto -. Nel 2003-2004 come associazione stavamo studiando come dare una mano alle imprese locali e iniziai a notare un orientamento comune nelle trattorie che frequentavo: proponevano prodotti della zona e al mercato di Piazza delle Erbe preferivano acquistare dai contadini. Proprio in quel periodo - continua - andai a un convegno a Bologna e un relatore raccontò di essere stato a cena in un ristorante della Cornovaglia che usava solo ingredienti disponibili nel raggio di 100 km. Mi colpì». Il passo successivo - sull’onda del protocollo di Kyoto che prevede l’obbligo di ridurre le emissioni di Co2 - fu quello di lavorare a un piano (Progetto chilometro zero) che azzerasse quel raggio creando una rete di ristoranti, mense e supermercati che proponessero prodotti stagionali del territorio. «Lavorammo a bandi per chi rispettava questi criteri - osserva Chiarato -. Controllavamo perfino le fatture dei ristoranti, eravamo dei pazzi - sorride -. Funzionò perché in tanti già lo facevano autonomamente. È un fenomeno nato dal basso».

Un fenomeno associato a un’espressione fortunata. «La locuzione chilometro/i zero è precisa, evocativa e tassativa. E l’incrocio di queste tre qualità ne ha decretato il successo» commenta Annamaria Testa, pubblicitaria e sociologa, autrice di note campagne anche in ambito alimentare.

A dare impulso alla diffusione del km 0 fu anche, nel 2008, la legge regionale approvata dal Veneto, «la prima a livello nazionale - rivendica Coldiretti - che riconosce (senza dare contributi, ndr.) mense collettive, ristorazione e supermercati che adottano la produzione enogastronomica veneta nella misura percentuale dal 30 al 50%», ossia in parte locale, anche se non letteralmente a km 0. «Era una legge di iniziativa popolare per la quale avevamo bisogno di 500 firme - ricorda Chiarato -: arrivammo a 25.000 in 4 mesi». Tra varie modifiche e vicissitudini italiane ed europee, nel 2010 è diventata legge nazionale.

Oggi molti ristoranti e pizzerie rinomati cucinano con prodotti del proprio orto, l’unico vero chilometro zero (le altre sono approssimazioni). Il km zero è diventato una moda e spesso lo usa, e ne abusa, chi non potrebbe. «Vero - commenta Chiarato - ma nella maggioranza dei casi è un vero stile di vita». Che in anni di attenzione all’alimentazione ha trovato terreno fertile. «Il cibo ha riconquistato la centralità che aveva nelle società antiche - commenta Testa - quando era questione di sopravvivenza e trovava posto nelle preghiere, basta pensare all’invocazione “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Ma il nostro rapporto con la cucina è radicalmente cambiato - conclude -, è diventato un’esperienza per gli occhi oltre che per il palato. È spettacolo, simbolo di status e di rivendicazione culturale. Un fatto politico. Una rivoluzione».

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