Chilometro zero

Ma non fatene un feticcio: un’alimentazione sana non dipende solo dai chilometri

Chilometro zero”, ma sarebbe più corretto dire “chilometri zero”, è un’espressione che ha avuto fortuna in campo alimentare (esisteva già in quello automobilistico, ma è un’altra storia) negli ultimi anni fino a diventare una sorta di feticcio: tutto ciò che è a chilometro zero è giusto e positivo, ciò che non lo è diventa irresponsabile, dannoso per l’ambiente e negativo. Per capire cosa si intenda per “chilometro zero” ci si può rifare alle parole di Carlo Petrini, in un articolo su Repubblica del 2007, in cui il fondatore di Slow Food scrive «Le economie locali non hanno padroni, hanno una rete di interazioni. E parte di questa rete è costituita proprio dai consumatori, i quali si possono rilassare: escano a piedi, facciano una passeggiata nel centro storico delle loro città, arrivino fino al più vicino mercato, facciano due chiacchiere con i venditori, che magari sono anche agricoltori, acquistino frutta e verdura locali di stagione e quanto il loro territorio offre. Poi tornino a casa o in ufficio (anche uno spuntino può essere arrivato in Tir o essere stato prodotto localmente) e si godano un pasto a chilometri zero, a carburante zero, a emissioni zero, a nervosismo zero». L’espressione chilometro zero infatti riassume vari aspetti. Il nocciolo duro è nella valorizzazione di quella che si definisce’”agricoltura di prossimità”. Ossia nella scelta di acquistare prodotti del proprio territorio ( iniziò ad occuparsi dell’argomento nei primi Anni 90 Tim Lang, docente all’Università di Londra e teorico del “Food miles” con Angela Paxton, che pubblicò il primo saggio sul tema). Il vantaggio di una simile scelta è che si riducono le emissioni di Co2 legate al trasporto delle merci, il che migliora la salute del pianeta in generale, ma anche quella del singolo consumatore. Proprio perché l’insalata o il pomodoro non viaggiano, la loro freschezza sarà senza dubbio maggiore e quindi anche le loro qualità organolettiche miglioreranno.

Su questo puntano ad esempio gli chef (basti ricordare il tristellato Enrico Crippa ad Alba) che sempre più spesso coltivano un orto accanto al loro ristorante. Inoltre consumare cibo del proprio territorio riduce anche gli sprechi legati alla deperibilità dei prodotti e permette, in assenza di lunghi viaggi, confezionamenti più leggeri e meno costosi. Il boom del chilometro zero ha visto anche modificarsi il “paesaggio” commerciale delle grandi città: oltre alla nuova vivacità dei mercati rionali dove non è difficile trovare banchi di contadini, sono infatti rispuntati come funghi i negozietti di frutta e verdura che fino a qualche anno fa sembravano cancellati per sempre dalla grande distribuzione. E in molti casi sono legati ad aziende agricole della provincia che aprono in città il loro punto vendita. Le stesse aziende agricole che sovente si possono raggiungere per comprare direttamente in loco oppure via internet, organizzando magari gruppi di acquisto, per cui un intero condominio o una cerchia di amici si assicura una certa quantità di prodotti da dividere spuntando prezzi migliori. E il paradosso è che per non perdere colpi oggi anche la grande distribuzione si sta attrezzando, mettendo all’interno dei supermercati angoli dove si trovano prodotti locali.

Ma come sempre non è tutto oro quel che luccica: se abito a Torino e mi viene voglia di una spremuta di arance o un piatto di spaghetti allo scoglio è ovvio che le arance e il pesce non potranno essere a chilometri zero. D’altronde non ha senso cancellare il pesce o le arance dalla propria alimentazione in nome del chilometro zero. Inoltre c’è da stare attenti ad un criterio fondamentale che è quello della stagionalità dei prodotti: perché se voglio mangiare zucchine e fragole fuori stagione, queste saranno magari anche a chilometro zero, però verranno coltivate in serra, il che implicano sprechi energetici e danni ambientali. Inoltre quando magari è il supermercato che ci propone un prodotto a chilometri zero bisognerebbe capire se questo non ha fatto comunque un lungo percorso dal luogo di produzione a quello di confezionamento per tornare poi nella zona di coltivazione. L’importante in altre parole è di non fare del chilometro zero un feticcio o una moda da seguire sempre e comunque: pur molto importante non è l’unico elemento su cui basare un’alimentazione sana e responsabile.

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