Chilometro zero

Così sono diventata una contadina urbana La fattoria di Oakland

Uno dei pulcini di Willow si rivelò essere un gallo. Avevamo distribuito la maggior parte dei pulcini tra quelli che lavoravano nei suoi prati-orti, ma io ne avevo ancora qualcuno, galletto compreso. Era bellissimo, con lucide penne pettorali rosse e gigantesche penne caudali verdi ballonzolanti. Dapprima il suo cantare mi aveva divertita, ma poi mi accorsi che si esibiva dalle tre e mezza alle quattro del mattino. E non si trattava mai di un verso solo. Cantava in continuazione.

In ogni caso, la cosa era estremamente fastidiosa. E pure pericolosa. Se si fossero lamentati i vicini, chissà, magari sarebbero venuti quelli del controllo animali a portare via polli e conigli. Valutando le mie opzioni, passai in bicicletta davanti a Brother’s Market.

«Ehi, ehi» sentii urlare Mosed, il negoziante.

Rallentai e sbirciai dentro il negozio.

«Dov’è il mio miele?» chiese Mosed.

«Per te ne ho, solo che sono stata molto indaffarata» risposi. Ne avevamo raccolto un sacco nel corso dell’autunno. «Vuoi un galletto?».

Uscì dal negozio. I suoi capelli rossi tinti brillavano nel debole sole dicembrino. Annuì. Gli dissi che il giorno dopo gli avrei portato il galletto e anche un po’ di miele.

Il galletto dormiva fuori dalla stia. Per proteggere le sue signore, presumo. Il giorno dopo lo presi e lo buttai dentro una gabbia. Poi feci mezzo isolato a piedi fino al negozio di Mosed. Già prima delle otto, il galletto aveva cantato più volte.

All’interno del negozio, pieno di liquori al malto e patatine, una signora con un foulard era seduta su una sedia a sbucciare un’arancia. Quando mi vide, emise un torrente di parole. Un cliente che stava in coda lanciò un’occhiata di stupore verso il galletto, poi prese il suo sacchetto nero pieno di birra e se ne andò.

Appoggiai la gabbia per terra. Mosed venne a guardare il gallo. Gli porsi il barattolo di miele. Sorrise. «Quanto fa?» mi chiese.

«Dieci dollari per il galletto. Il miele è un regalo».

Mosed tornò al registratore di cassa e l’aprì. Sua moglie disse qualche parola e mangiò uno spicchio d’arancia.

«Pensa che sia troppo, vero?» chiesi. Il dispiacere di una donna è evidente in qualsiasi lingua.

«Sì, ma non ti preoccupare» disse. Per tranquillizzarla, Mosed le fece vedere il miele. Agitò il barattolo davanti a lei finché non glielo prese dalle mani.

Abbassai gli occhi verso il galletto. Ero certa che a liquidare questo “ragazzo” Mosed sarebbe stato più bravo di me.

Tornai a casa nell’aria fredda dicembrina sotto un sole di colpo splendente, con un ben consumato biglietto da 10 dollari di CittàFantasma nella tasca dei pantaloni. Avrei voluto raccontare a Mosed che avevo finalmente capito chi ero, chi era la mia gente. Erano persone che amano e rispettano gli animali, che imparano da loro, che traggono nutrimento da loro, direttamente.

Anche se il mio appezzamento era piccolo – e temporaneo – ero giunta alla conclusione che l’agricoltura urbana non è questione di una sola fattoria, proprio come un’arnia non è questione di una sola ape. Pensai all’arnia e all’orto di Jennifer. Agli orti di Willow che punteggiano la città di Oakland. Le fattorie urbane vanno aggregate insieme per fare una fattoria vera. Così, quando affermo di essere una contadina urbana, dipendo anche da altri contadini urbani. È solo grazie a loro che i nostri prati e orti abusivi diventano qualcosa di rilevante. E se un orto muore, ne nascerà un altro.

Di fronte allo sfratto e al cambiamento, che sono sempre parte della nostra vita cittadina in continuo movimento, questa volta sarebbe morta la mia fattoria. Era triste, certo, ma sapevo che ovunque fossi andata avrei continuato a produrre il mio cibo, ad allevare animali e ad amare e alimentare la vita in luoghi che la gente considerava morti. E se qualcuno mi avesse posto la domanda, avrei potuto rispondere: «Sono una contadina».

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