Bolsonaro Obrador due Americhe sotto il muro di Trump

L’orgoglio populista sotto il muro di Trump

Il 95% degli omicidi in Messico resta impunito, una vera licenza di uccidere. In Brasile non va molto meglio, nel 2017 ci son stati 63.800 omicidi, uno ogni 8 minuti. La crisi politica e morale dell’America Latina non ha solo a che fare con l’economia, le masse mobilitate dai nuovi leader del populismo, a destra e sinistra, nelle piazze e nelle urne, non hanno a cuore solo i soldi. Nei primi dieci anni del XXI secolo, infatti, 70 milioni di esseri umani sono migrati nel grande continente dalla povertà feroce dei film di Glauber Rocha, il sertão brasiliano dei cangaçeiros, a una urbana vita decente. Solo in Brasile, 40 milioni di persone, poco meno della popolazione intera in Argentina, hanno lasciato la miseria per un lavoro e una casa dal 2000.

Il benessere, relativo, non rasserena però gli animi. La corruzione, una giustizia che non condanna mai i pescecani delle grandi borghesie, la rete familiare e delle clientele pronta a promuovere solo gli amici, un capitalismo di relazione (vi ricorda qualcosa, lettori italiani?) che, dalle banche alle aziende, diffonde benessere tra pochi, disamorano tanti, anche giovani, dal sogno democratico. Oggi, a sud degli Stati Uniti, solo il 29% dei cittadini (dati Shannon O’Neil, Bloomberg, Council on Foreign Relations) crede che la democrazia sia un bene irrinunciabile, gli altri tornano a illudersi con il fascino dell’uomo forte, come ai tempi in cui Che Guevara firmava le banconote della Banca Centrale cubana, Evita Peron regalava giocattoli alle bambine argentine, il Cile di Pinochet torturava i dissidenti.

Ci sono libri angosciati e dimenticati, che raccontano quel passato, Pedro Paramo di Juan Rulfo (Einaudi), lo struggente Che ti succede compagno? di Fernando Gabeira, (Feltrinelli). Nel romanzo di Rulfo del 1955, il giornalista messicano immagina Pedro Paramo, padre, padrone, dittatore che governa inflessibile i vivi e i morti, in una landa senza speranza o calore. Per Gabeira, giornalista brasiliano, condannato e poi esiliato per il rapimento e l’assassinio dell’ambasciatore americano Charles Burke Elbrick nel 1969, il libro di memorie, pubblicato nel 1979, diventa doloroso addio alle armi, dove le utopie della guerriglia contro la dittatura militare a Rio de Janeiro si rivelano vacue, narcisiste, estreme.

Ora, nei paesi di Juan Rulfo e Fernando Gabeira, Messico e Brasile, torna il populismo, con le sue eterne, e cangianti, divise, la “Sinistra”, la “Destra”. Andrés Manuel López Obrador, il presidente messicano, al potere dal primo dicembre 2018, si dichiara di sinistra, non si offende se lo chiamano populista e accusa il “neoliberismo” in toni non dissimili da quelli del presidente Usa Donald Trump, quando depreca gli accordi sul commercio.

Jair Messias Bolsonaro, nominato in Brasile un mese dopo, primo dicembre 2019, ha il nome dell’ala destra Jair Da Costa, campione del mondo con l’Inter e con il Brasile, e il soprannome “Trump dei Tropici”, per le posizioni dure. Rimpiange la giunta militare che nel 1964 rovesciò il presidente Joäo Goulart, dà della battona alle colleghe che lo contraddicono, è certo che un Brasile sicuro di sé supererà mazzette, gang, frenata economica seguita agli anni di Lula e della Dilma Rousseff.

Non cercate in Sud America ragioni politiche coerenti, non le trovereste, come non le troviamo nella Gran Bretagna della Brexit, che sembra ormai una puntata della Famiglia Simpson, nella Francia in rivolta contro l’ultimo tecnocrate Macron, nell’Italia barricadiera degli slogan nazionalisti, arresasi poi, umile, ai rimproveri europei, nell’America di Trump, spaccata in due, senza tregua. La certezza che il crimine, i cartelli del malaffare, la corruzione politica, le favelas, siano colpa “loro”, di quelli che “rubano”, dei “banchieri internazionali”, porta al governo i Bolsonaro e ce li terrà, per un po’.

Nel 2019, a sud del Muro che il presidente Trump vorrebbe costruire, i democratici no e che tiene dunque l’America senza amministrazione da settimane, si voterà in Salvador, Belize, Panama, Guatemala, Repubblica Dominicana, Haiti, Argentina, Bolivia, Uruguay. Una sorta di referendum sotto il Muro Che Non C’è, tra Passato remoto orrendo, Passato prossimo meno tragico, Presente che non si riesce ad amare, Futuro che fa paura e si deve colorare dunque di bugie roboanti, pur di esorcizzarlo.

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