Bolsonaro Obrador due Americhe sotto il muro di Trump

L’esperimento fallito di Chavez e il contagio nel subcontinente

Un milione di persone fuggite in Colombia, mezzo milione in Ecuador, e poi Brasile, Argentina, Cile, Perù. Vent’anni fa le sinistre di mezzo mondo celebravano il chavismo come un esempio da imitare. Da Pablo Iglesias ad Alexis Tsipras, da Bernie Sanders ad Alessandro Di Battista. L’ultimo esperimento realizzato di socialismo oggi è solo un incubo da cancellare. Fuori del Sudamerica non ne parla più nessuno, come se fosse sparito dalle carte geografiche. Dentro i confini del continente è un’enorme emergenza umanitaria. Così come accaduto a Cuba nei primi anni di Fidel Castro, la rivoluzione aveva dato l’illusione di funzionare: lotta alla povertà, miglioramento dell’assistenza sanitaria, aumento dell’aspettativa di vita, calo dell’analfabetismo. Fare la rivoluzione nel nome del padre dell’indipendenza sudamericana Simon Bolivar può suonare romantico e popolare, ma si è trasformato nella tragedia di una nazione: più dell’ottanta per cento delle famiglie vive in condizioni di povertà.

La grande illusione del chavismo – come accade lungo tutta la storia dell’ultimo secolo del Paese - è il greggio. Negli anni del barile a cento dollari è stata una potente arma di pressione politica: una strategia che però non contemplava il crollo dei prezzi e la peggior depressione dal 1929. Oggi a Caracas una sigaretta può costare come 150 litri di benzina e l’inflazione è stimata - qui citiamo i più ottimisti - al duemilacinquecento per cento l’anno. Il successo del modello chavista è durato pochi anni, il breve lasso di tempo che si consuma fra la nazionalizzazione dell’industria petrolifera fino al crollo dei prezzi seguiti alla crisi del 2008. L’uso massiccio della spesa pubblica – per quanto utile a combattere povertà e analfabetismo – ha fatto il resto. Iperinflazione, crollo della spesa e degli investimenti esteri. Già nel 2013 la classifica sulla libertà economica della “Heritage Foundation” classificava il Venezuela 174esimo su 177 Paesi sanciti.

La via per l’inferno è lastricata sempre di buone intenzioni. Il controllo dei prezzi alimentari, che all’inizio ha contribuito a dar da mangiare ai più poveri, oggi è una delle ragioni che li costringe alla fame. Anni di prezzi amministrati hanno distrutto l’industria della distribuzione, fatto crollare l’import e spinto Chavez all’autarchia. Il lancio della catena pubblica Mercal e la nazionalizzazione dei supermercati non hanno cambiato la storia. Il cibo scarseggia comunque, e i venezuelani sono costretti a fare le file per il pane o lo zucchero sotto l’immagine del leader. Chavez ha sistematicamente distrutto ogni rapporto economico col resto del mondo. E nonostante l’autarchia, il Venezuela è già tecnicamente fallito l’anno scorso, quando non ha pagato gli interessi sui prestiti obbligazionari in scadenza nel 2019 e 2024.

Il problema più serio del Venezuela non è lo stock di debito pubblico – congelato al 30 per cento - ma il deficit annuo e il passivo accumulato dalla compagnia pubblica PDVSA, pari a un miliardo di dollari. Alla faccia dei sogni autarchici, oggi a tenere in vita il Venezuela sono la Russia e soprattutto la Cina, che ha un crescente fabbisogno petrolifero. Caracas ha ottenuto finanziamenti pari a mille barili al giorno, ma le difficoltà hanno spinto Pechino a fermare ulteriori linee di credito e a consigliare a successore di Chavez - Nicolas Maduro - un piano per la riduzione del debito estero. La Russia ha già concesso una ristrutturazione del suo, e la ragione è esclusivamente geopolitica: il Venezuela è una spina nei piani di Washington, e tanto basta a meritare l’attenzione di Mosca.

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