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Fuoco sugli studenti: “Non li troveranno mai”

Ayotzinapa è un piccolo villaggio nei dintorni di Tixtla, in una remota e montagnosa regione del Guerrero, uno stato meridionale della Federazione messicana. Per quanto sia conosciuto più per Acapulco, il Guerrero è uno stato povero, e Ayotzinapa è collocata in una delle aree più deprivate. Il villaggio si è sviluppato attorno a una scuola di formazione per insegnanti. Molto dell’impegno radicale dei 522 studenti (tutti maschi compresi tra i 18 e i 24 anni, parecchi di origine indigena) è diretto a difendere la scuola stessa: è una convinzione che le autorità vogliano chiuderla con le altre sedici scuole della rete nonostante l’analfabetismo colpisca nel Guerrero un quinto dei tre milioni e mezzo di abitanti. Agli allievi viene distribuito 1 peso al giorno (5 centesimi di euro) per le spese personali e i fondi assegnati per vitto e alloggio sono ridotti all’osso. Per sopravvivere gli studenti producono molto del cibo che consumano.

Il 20 settembre 2014 in un’assemblea animata dagli allievi della rete delle Scuole Normali si era deciso di riunire il 2 ottobre ad Ayotzinapa gli studenti da svariati istituti e di lì partire insieme per Città del Messico, distante 380 chilometri a nord, dove avrebbero partecipato a un corteo per commemorare i giovani massacrati a Tlatelolco nel 1968. Il convoglio avrebbe dovuto essere composto approssimativamente da venticinque autobus e i ragazzi di Ayotzinapa si ripromisero di procurarseli in qualche modo.

[In genere gli studenti prendevano a prestito o sequestravano degli autobus che venivano regolarmente restituiti dopo l’uso. Formato il convoglio si avviarono verso la capitale, ma vennero fermati dalla polizia a Iguala, su ordine del sindaco Luis Abarca, pesantemente colluso con i trafficanti di droga. ndr]

Il controllo delle operazioni fu trasferito ai banditi. I dipartimenti di polizia consegnarono due gruppi di studenti legati con corde o cavi elettrici, stipati su due pick-up, un Nissan Estaquita e un Ford Transit 3.5. La maggioranza erano ammassati uno sull’altro nel Ford; i cinque che non ci stavano furono stesi sul cassone del Nissan; poi i veicoli, scortati da 16 motociclisti, si avviarono sulla strada per Cocula, per poi deviare per una accidentata sterrata che porta a una discarica di rifiuti, dove giunsero tra mezzanotte e mezzo e l’una di notte. Piovigginava – non caddero più di sette millimetri di pioggia durante la notte – ed era molto buio: le uniche luci a squarciare l’oscurità erano quelle dei fari delle moto e dei pick-up. I sedici criminali trascinarono giù dagli autocarri gli studenti in terra vicino alla cima del burrone; all’incirca quindici di loro erano morti nel trasbordo, apparentemente per soffocamento. Una trentina erano ancora vivi, piangenti e urlanti, e furono in seguito “interrogati”, secondo la confessione di un aguzzino. I Guerreros sostennero di aver chiesto se gli studenti avessero qualche relazione con la banda rivale dei Los Rojos e ovviamente i ragazzi negarono, finché dopo pestaggi e torture uno capitolò, “confessando”; dopodiché, intorno alle due di notte, spararono a tutti, uno dopo l’altro (non si sa se fossero tutti morti prima del gran finale, possiamo soltanto sperarlo). Poi i corpi furono gettati nel burrone, dove furono impilati come cataste di legna su strati alternati. La torretta di corpi risultante fu abbondantemente irrorata con il gasolio dei motori diesel e benzina e data alle fiamme. Il falò fu mantenuto acceso tutta la notte e nel seguente pomeriggio del sabato 27 settembre, forse durò quindici ore o giù di lì, alimentando le fiamme con ogni materiale infiammabile disponibile nella discarica – carta, plastica, assi, rami, pneumatici – continuando ad aggiungere carburante riversato dalle motociclette. Alla fine i corpi erano ridotti in cenere e frammenti di ossa, che furono poi polverizzati. ‘El Cabo Gil’ scrisse a Casarrubias: «Non li troveranno mai».

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