Bolsonaro Obrador due Americhe sotto il muro di Trump

Cartolina lulista dal Flamengo

Tutto quello che so del Brasile è che è troppo grande, troppo grande per tutto. Così grande che quando entri nel suo spazio aereo non è che sei arrivato, ma hai appena cominciato il viaggio, talmente grande che non ha nemmeno una capitale; Brasilia è un sogno, un delirio, è ambizione e nobile arroganza, nuda bellezza e deserto, ma è solo questo. Conosco un po’ la sua storia e molti dei suoi racconti e delle sue canzoni, e quella e queste dicono che è troppo grande per la libertà e anche troppo grande per la dittatura, troppo per amare senza riserva alcuna e troppo per odiare a morte, troppo perché viva in pace e troppo perché muoia in guerra, così grande da potersi permettere un presidente della repubblica di purissimo sangue zingaro, oltreché, ma in questo non è stato unico nel mondo, colto, lungimirante e dispendioso, talmente grande che nemmeno il Fondo Monetario Internazionale è riuscito a raderlo al suolo, e dopo esserci stato più e più volte sono arrivato alla conclusione che è troppo anche perché io possa pensare di aver capito davvero cos’è. Eppure almeno una cosa che ho visto mi pare di averla capita, cosa è stato il presidente Ignacio Lula Da Silva, cosa sono stati quei suoi otto anni; certo, il Brasile è stato troppo grande anche per lui, certo che ha sbagliato questo e quello, certo che poteva essere più rivoluzionario e più liberale, forse, ma forse, si è fatto la casa con le bustarelle, ma quei suoi anni… Vi mando nostalgiche cartoline luliste. Università di San Paolo, triplica gli studenti borsisti, ovvero negri, ovvero amazzonici, ovvero figli di trabalhadores, ovvero ardenti, e l’università prende a ardere di fisica, ingegneria, economia, neanche potesse architettare un mondo nuovo, comitive dagli Stati Uniti e dal Canada per iscriversi ai corsi semestrali di ogni cosa. Passeggiata di Ipanema, tra il milione di passeggiatori un amico di Buenos Aires, un ingegnere idraulico, è venuto a cercare un buon lavoro, come lui, mi dice, migliaia di argentini altamente qualificati, là c’è la crisi eterna, qui il nuovo sviluppo, non si ha idea quanto sia orrendamente umiliante per un argentino chiedere a un brasiliano. Rio de Janeiro, quartiere del Flamengo, una grande piazza nella notte, poca luce, centinaia, migliaia di ombre stese dormienti, sedute parlottanti, niente paura, sono stati accattoni, ora sono trabalhadores, raccolgono per strada per conto dello stato lattine e bottiglie di plastica, raccolta differenziata, tre real a sacco, è un lavoro, sono contenti ma senza i soldi per il bus che li riporti a dormire alla favela, ci andranno il sabato. E qualche milione di cartoline con la faccia di tutti quelli che con il programma bolsa familia hanno conquistato tre pasti al giorno, e scusate se è poco.


[Numero: 157]