Bolsonaro Obrador due Americhe sotto il muro di Trump

Bolsonaro, “mandato da Dio” armi libere e militari al governo

Due discorsi, a distanza di mezz’ora, hanno segnato il primo giorno da presidente di Jair Bolsonaro, lo scorso primo gennaio a Brasilia. Dieci minuti ciascuno, il primo davanti ai parlamentari e autorità e il secondo, già con la fascia presidenziale sul petto, davanti alla folla, qualche migliaia di sostenitori pazientemente in attesa per ore sotto il sole arido della “città ideale” progettata settant’anni fa dal genio comunista, ironia della sorte, di Oscar Niemeyer. Jair Messias Bolsonaro non è uomo di grande retorica; il suo stile è diretto, con frasi semplici e slogan ad effetto, pochi ma ripetuti ogni volta, come ogni buon stratega politico insegna. Il Mito, come lo chiamano i suoi, ama dividere il mondo in buoni e cattivi, carica le munizioni e spara verbalmente sui nemici, che si riducono essenzialmente alla sinistra e ai suoi complici; gli intellettuali difensori del “politicamente corretto”, la stampa (quasi tutta) comprata, i distruttori dei “buoni costumi” e del “cittadino per bene”. Nulla di nuovo sotto il sole, è la riedizione del “Dio, patria e famiglia” visto più volte in America Latina e altrove, aggiornato però con linguaggi e strumenti dei giorni nostri, come i social media e le fake news. Nel suo discorso davanti al Congresso ha ribadito l’importanza del Potere Legislativo, di cui lui stesso ha fatto parte per 28 anni come deputato federale, ha detto che il suo governo non sarà schiavo di “ideologie sconfitte in tutto il mondo” come il socialismo e il comunismo e che lotterà per decentralizzare lo Stato e dare più poteri al cittadino comune. Assieme alla lotta alla corruzione e al crimine organizzato, lo slogan decentralista “Più Brasile e meno Brasilia” è stato uno dei cavalli di battaglia della sua campagna. Un discorso rivolto al “brasiliano comune” stanco della pressione fiscale e della labirintica amministrazione pubblica, retaggio storico dai tempi dell’impero portoghese. La ricetta per cambiare, però, non è modernizzatrice, ma va verso un tuffo al passato, a quell”Ordine e progresso” stampato sulla bandiera brasiliana e filo conduttore negli anni del regime militare, di cui Bolsonaro è un fiero nostalgico. Sul piano della morale, poi, ha ribadito da che parte sta. «Lo Stato è laico – ha detto – e rispetta tutte le religioni, ma non possiamo dimenticare la nostra tradizione giudaico-cristiana». Ha citato Dio sei volte, una ogni minuto e mezzo, e così anche nel secondo discorso davanti alla folla. «Questo momento non ha prezzo, posso cominciare a servire la mia patria come Capo dello Stato solo perché Dio ha salvato la mia vita e perché voi avete creduto in me». Il riferimento è all’attentato subito il 6 settembre, in piena campagna elettorale, quando un folle lo ha accoltellato subito dopo un comizio. Per gli analisti è stata la cosa migliore che gli poteva capitare, non tanto per l’effetto emotivo sugli elettori indecisi, ma perché gli ha permesso, in quanto convalescente dopo l’intervento allo stomaco, di evitare i dibattiti televisivi con gli altri candidati, quasi tutti molto più preparati di lui. Bolsonaro, del resto, non nasconde la sua ignoranza su diversi temi essenziali per condurre una nazione, ad iniziare dalle “questioni economiche”. Se gli si chiede come fare per far uscire il Brasile dalla crisi economica o come sarà la riforma della previdenza necessaria per risanare i conti pubblici, lui rimanda al suo superministro d’economia Paulo Guedes, con delega anche per industria, finanza, commercio estero e bilancio. «Un presidente non è un genio, non può sapere tutto, ma deve scegliere le migliori persone per ogni ambito». Da qui l’esecutivo infarcito di tecnici e militari; 7 ministri su 22 sono ex generali. «Non posso affermare con certezza che un militare sia incorruttibile, ma sicuramente è più difficile che accetti una bustarella rispetto al politico tradizionale». Tra i “non politici” spicca il nome di Sergio Moro, il giudice dell’operazione Lavajato, la Mani Pulite brasiliane che ha scoperchiato lo schema di corruzione nella compagnia petrolifera pubblica Petrobras. Moro ha condannato a 12 anni l’ex presidente Lula da Silva, togliendolo dalla corsa elettorale quando sembrava essere l’unico in grado di frenare l’attuale presidente. Molto è stato detto sulla somiglianza con Donald Trump, di cui Bolsonaro è un profondo ammiratore. Il figlio Eduardo ha incontrato prima delle elezioni l’ex guru Steve Bannon ricevendo strategici consigli; l’uso preferenziale dei social media, infarcendoli di fake news contro gli avversari, l’avversione alla stampa, nessuna disponibilità al confronto. Un kit esportabile per ogni leader della nuova destra populista e sovranista globale, anche se nell’universo bolsonariano si vede già un conflitto in fieri fra l’anima più aperturista, privatizzatrice e filoamericana incarnata da Guedes e quella più nazionalista e protezionistica rappresentata dai militari. La sintonia con Trump, comunque, affiora nelle prime scelte di governo, con l’uscita dal patto Onu sulle migrazioni, le riserve sull’Accordo di Parigi sul cambio climatico e la promessa di spostare l’ambasciata in Israele a Gerusalemme. Usa, Israele, il Cile e l’Italia del vicepremier Matteo Salvini, il cui feeling è cresciuto grazie al caso Battisti, sono i “paesi amici”; da qui la scelta di Ernesto Araujo, diplomatico filo Trump e negazionista del cambio climatico a ministro degli Esteri. I primi giorni di governo sono stati segnati dall’iper-attivismo del presidente, il cui primo decreto ha fissato la liberalizzazione del porto d’armi, fino a quattro per ogni cittadino maggiore di 25 anni. Le Ong in difesa dei diritti umani hanno lanciato il grido d’allarme; in un paese con 63.000 omicidi all’anno (dato 2017) temono che questo porti ad ancora più morti. Per Bolsonaro sono solo dei “piagnistei della sinistra amica dei delinquenti”. Soddisfatta invece la lobby delle industrie nazionali d’armi che hanno finanziato la campagna di almeno cento parlamentari eletti in ottobre. E anche questo fa parte, America docet, del nuovo Brasile con la destra al potere.


[Numero: 157]