Bolsonaro Obrador due Americhe sotto il muro di Trump

Assalto all’Amazzonia nuovo Brasile vecchi predoni

Che Jair Bolsonaro, il nuovo presidente del Brasile, sia un estremista di destra con opinioni populiste, sessiste, omofobe, misogine, anti-ambientaliste e che rimpianga i tempi della dittatura dei generali e la tortura, è un dato di fatto on the record. Meno universalmente noto, forse, è che Bolsonaro rappresenti anche un vasto mondo di interessi economici, finanziari e politici brasiliani che per anni hanno dovuto subire le politiche sociali e ambientali dei governi di sinistra. Governi che, tra mille contraddizioni, hanno fatto diventare il Brasile uno dei fulcri della diplomazia climatica planetaria nelle Cop delle Nazioni Unite, in alleanza con la Cina, l’India e il Sudafrica. E hanno permesso di ridurre in modo significativo il ritmo di deforestazione della Selva Amazzonica rispetto ai livelli folli degli Anni 90.

Per la verità, già nella breve stagione di Dilma Rousseff a Planalto (il palazzo della Presidenza a Brasilia) la tendenza virtuosa si era invertita, con una nuova enfasi su ambiziosi progetti di costruzione di megaimpianti idroelettrici sui fiumi amazzonici, e con una ripresa della crescita del taglio della foresta tropicale. Ancora peggio sono andate le cose con Michel Temer. Adesso, con l’arrivo al potere di Jair Bolsonaro, si può ben dire che sia scoccata l’ora della vittoria totale per le forze economiche che intendono assaltare le preziosissime aree protette per disboscarle, trasformarle in aree a coltivazione intensiva di olio di palma o soia, di convertirle in pascolo per le vacche o in miniere a cielo aperto. In comizi, dichiarazioni e interviste il neopresidente brasiliano aveva detto che gli indios che vivono nella selva amazzonica devono essere integrati, che le riserve vanno abolite e aperte all’attività economica, e che gli accordi internazionali sul clima come l’Accordo di Parigi che difendono le riserve e le aree protette “sono nocivi per il Paese”.

Bolsonaro non ha certo perso tempo: il primo gennaio, appena entrato in carica, ha trasferito con un ordine esecutivo il potere di identificare e delimitare le terre indigene dal Funai (Fundação Nacional do Índio, l’organizzazione governativa brasiliana che si occupa della tutela dei popoli e delle terre indigene) al ministero dell’Agricoltura. Incidentalmente, il ministero dell’Agricoltura è stato affidato a Tereza Cristina Dias, deputata del partito di destra dei Democratas e soprattutto coordinatrice del Fronte Parlamentare Agricoltura (FPA) o “bancada ruralista” l’associazione che difende gli interessi dei grandi proprietari agricoli, da sempre contrari alle misure di protezione ambientali. Ancora, il ministero dell’Ambiente è stato affidato a Ricardo Salles, esponente del think tank ultraconservatore Movimento Endireita Brasil, un politico che è stato condannato per aver modificato illegalmente il piano di tutela di un’area protetta per favorire degli interessi economici quando era segretario all’ambiente dello Stato di Sao Paulo. Nonostante la condanna, Salles continua ad essere ministro: tra i primi suoi atti, la cancellazione dell’organismo che nel suo ministero gestiva le politiche climatiche, la Segreteria sul Cambiamento del Clima e le Foreste, e la sospensione di ogni collaborazione economica e finanziaria con le ong che si occupano di ambiente.

La situazione non è rassicurante. Le possibilità che il Brasile centri gli obiettivi non certo straordinari indicati nell’Accordo di Parigi - riduzione entro il 2025 dei gas serra del 37% rispetto ai valori del 2005, stop entro il 2030 alla deforestazione illegale in Amazzonia - diventano davvero modeste. Intanto, secondo i dati ufficiali tra l’agosto del 2017 e il luglio del 2018 l’Amazzonia ha perso quasi 8mila chilometri quadrati di foresta tropicale, circa cinque volte la superficie di Londra, con un incremento del 13,7%, il tasso più alto dell’ultimo decennio (nel 2004, l’anno peggiore furono disboscati oltre 27.800 chilometri quadrati di foresta). Lo scorso mese di settembre soltanto sono stati “pelati” 444 kmq di bosco, con un aumento dell’84% sul settembre 2017. Una prospettiva catastrofica per l’ultimo polmone verde e di biodiversità del pianeta.


[Numero: 157]