Bolsonaro Obrador due Americhe sotto il muro di Trump

Arrivederci alle armi... Colombia, una pace fragile

La pace è stata firmata, ora bisogna costruirla». Dall’annuncio dell’allora presidente Juan Manuel Santos sono trascorsi quasi tre anni (e un premio Nobel). Da quel momento il cammino della pace in Colombia è stato incidentato. Molti capitoli degli accordi siglati nel 2016 a L’Avana tra le Farc (Forze armate rivoluzionarie colombiane) e il governo di Bogotà sono rimasti lettera morta. Dalla giustizia di transizione al reinserimento civile dei guerriglieri fino alla redistribuzione di terre, i ritardi nell’applicazione dell’intesa sono evidenti. Non un fallimento su tutta la linea, ma una situazione allarmante. Il tasso di omicidi nel Paese è crollato del 93% - il maggiore successo - ma la violenza è aumentata a dismisura nelle ex roccaforti delle Farc. Lì si è scatenata una guerra tra gruppi criminali e guerriglieri dissidenti che hanno rifiutato gli accordi di pace: ora si disputano quei territori, preziosi per l’estrazione illegale di oro e diamanti, ma soprattutto zone fondamentali per il narcotraffico: sia per la produzione che per il trasporto di droga. In quelle aree - in cui sono sopravvissute due guerriglie: l’Esercito di liberazione nazionale (Eln) e l’Esercito popolare di liberazione (Epl), nemici tra loro - gli omicidi si sono impennati (+45%). In mezzo a questo massacro sono finiti anche i leader sociali in prima linea per la pace, la riforma agraria e le denunce contro gli squadroni della morte al soldo dei cartelli. La smobilitazione delle Farc - ora forza politica, con lo stesso acronimo, in Parlamento - ha infatti lasciato un vuoto di potere in aree chiave per le rotte della cocaina. Gli uomini dei cartelli e i paramilitari non hanno impiegato molto a subentrare. E imporre la loro legge, in zone dove lo Stato non esiste.

Non è un caso se il capitolo degli accordi di pace sulla sostituzione delle piantagioni illegali è fra quelli più in crisi. Nel 2017 è stato registrato il record di aree coltivate a coca: 209 mila ettari, contro i 145 dell’anno precedente. Un dato senza precedenti, secondo l’Agenzia di controllo delle droghe della Casa Bianca (Ondcp). I contadini che avevano aderito ai programmi di sostituzione volontaria accusano il governo di Bogotà di averli abbandonati senza offrire una vera alternativa economica alle 120 mila famiglie che sopravvivono grazie alla coca. Il presidente conservatore Ivan Duque, eletto nel 2018 con la promessa di «correggere gli accordi di pace», ha accantonato i programmi di sostituzione volontaria per rispolverare l’eradicazione forzata. La pratica era in voga negli Anni Ottanta e Novanta, con le fumigazioni aeree indiscriminate. Stavolta vengono impiegati i droni: più precisi, sostiene l’esercito, ma centinaia di contadini hanno comunque denunciato danni ai raccolti legali.

Nelle aree rurali la violenza è fuori controllo da quando i narcos messicani si sono installati in Colombia. Non è raro ascoltare l’accento di Sinaloa o Chihuahua (gli stati messicani culla dei narcos) nella selva colombiana. Per anni soci subordinati di Pablo Escobar e altri cartelli, ora i messicani sono i veri padroni del business a livello globale, grazie al monopolio delle rotte dorate verso gli Stati Uniti. Negli ultimi dieci anni hanno adottato una strategia aggressiva per dribblare la catena di intermediari e arrivare direttamente alla fonte. Ovviamente con la connivenza (prezzolata) delle più alte sfere politiche e militari. Nel processo di New York al Chapo Guzman, dove sono emersi dettagli che superano le più fantasiose sceneggiature di Hollywood, un testimone ha parlato di cento milioni di dollari di mazzette versati all’ex presidente Peña Nieto in cambio dell’immunità totale. Un’ipotesi che dà credito alla tesi degli analisti che definiscono il Messico come narco-Stato.

Un’etichetta affibbiata anche al Venezuela, dove l’opposizione da anni denuncia il famigerato «Cartel de los soles», formato da generali o ex comandanti della Guardia Nacional. Ma il Venezuela è la principale spina delle cancellerie dell’America Latina per un altro motivo. La crisi economica senza fine - iperinflazione a 7 zeri: ciò che costava un dollaro ne costerà 100 mila - intrecciata alla definitiva svolta autoritaria di Nicolas Maduro hanno costretto alla fuga oltre 4,5 milioni di persone. Sul piano politico il Venezuela non è mai stato così isolato. L’insediamento di Maduro, al secondo mandato, è stato boicottato da quasi tutti i leader regionali: c’erano gli storici alleati (il boliviano Evo Morales, il cubano Miguel Díaz-Canel e il nicaraguense Daniel Ortega) insieme a rappresentanti russi e cinesi, creditori milionari del regime, e improbabili emissari delle autoproclamate repubbliche di Ossezia del Sud e Abkhazia.

La cerimonia di Caracas fissa in maniera plastica lo scacchiere sempre più polarizzato dell’America Latina, che vive nuove svolte autoritarie. La fotografia del recente «democracy index» dell’Economist è eloquente: ci sono soltanto due «democrazie piene» (Costa Rica e Uruguay), altre 14 sono «imperfette»; ci sono poi cinque «regimi ibridi» e tre «autoritari». L’elezione di Jair Bolsonaro, ex colonnello xenofobo e nostalgico della dittatura, è stato il grande terremoto nella regione. Il suo partito l’ha costretto a una marcia indietro dopo aver dichiarato che l’intervento militare in Venezuela era un’opzione al vaglio. Il primo vero ring in politica estera, finora, è stata la gestione del caso Battisti. Il presidente boliviano Evo Morales ha espulso l’ex terrorista dei Pac senza farlo transitare in Brasile, negando al collega-nemico un trofeo e la passerella sui media. Una mossa criticata da parte del Movimento al socialismo (Mas), il partito per cui Morales si candiderà a ottobre per un quarto mandato dopo aver forzato la costituzione. «È stata una scelta codarda, vergognosa e contraria alla morale rivoluzionaria», hanno tuonato alcuni deputati commentando l’espulsione di Battisti. Eccetto questi dissensi, però, il presidente ha ottenuto ciò che voleva: incassare un credito nei confronti dell’Italia bypassando Brasilia e dimostrare che la Bolivia è una democrazia che non concede rifugio ai terroristi.

Gli equilibri dell’America Latina potrebbero cambiare ulteriormente, rispolverando la teoria del pendolo del sociologo italo-argentino Gino Germani. A ottobre si vota infatti in Argentina, dove dovrebbe riproporsi lo scontro tra l’attuale presidente Mauricio Macri, in difficoltà per il boom dell’inflazione, e la sua predecessora, Cristina Kirchner.


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