Non piangere papà

Studia, mangia, gioca! La legge di mio padre

Devo molto a mio padre, ma quello che gli devo di più è che per tutto il tempo che ho abitato la sua casa sottoposto alla sua potestà mi è stato molto poco tra i piedi; lavorava dieci, a volte quattordici ore al giorno, arrivava per cena e non sempre, a volte la cena gliela portavo io nella gamella al cinema Smeraldo, dove arrotondava proiettando i film della sera, mi svegliava il mattino, prima di andarsene mi guardava e mi diceva, mi raccomando, dico solo questo, mi raccomando, e se ne andava, dentro quella formula colma di mistero sacrale era custodita la tavola delle sue leggi. Lui era l’Autorità, i suoi comandamenti pochi e indefettibili, mio dovere era conoscerli e praticarli senza possibilità di equivocare, e il fatto che io lo vedessi così poco sotto la specie della sua materia corporale dava ancora più forza alla sua legge, la materia è destinata a confondere e prima o poi si contraddice, la sua lontananza, il suo ammazzarsi di lavoro in un qualche altrove per nutrirmi e proteggermi, era il necessario sipario dell’iconostasi. Ovviamente mio padre non ha mai ritenuto di discutere con me, né si è mai dilungato in amichevoli chiacchierate, se mia madre mi avvisava, mira che tu pa’ i te vo’ parlare, la cosa non mi rendeva per niente giulivo, sapevo di aver scalfito la Tavola delle leggi e mio padre riteneva necessaria una ripassata. In fatto di comandamenti, ricordo a memoria i pilastri. 1, studia te che te po’ studiare, 2, magna te che te po’ magnare, 3, zoga te che te po’ zogare. Mio padre era un bravo meccanico e mi costruiva dei bellissimi giocattoli perché potessi giocare, e mi nutriva a sazietà, e si faceva in quattro per mandarmi a scuola. Questo significava che non mi era concesso prendermi quattro in latino, né lasciare avanzi di cibo nel mio piatto, questo significava che lo rendeva felice vedermi felice buttarmi giù per la strada dei Cento Tetti con il carretto che aveva costruito per me. Sono grato a mio padre di quello che è stato perché a diciott’anni con il mio primo stipendio di lavoratore non mi sono comprato una bicicletta, ma ho preso in affitto una stanza, e invece che andarmene a zonzo sono andato a vivere la mia vita. Sapevo dove andare, il più lontano possibile da mio padre, avevo la direzione, bastava guardare la sua bussola, trovare il suo nord e voltargli le spalle. E mi son messo per strada, e ho molto camminato, imboccato bivi sbagliati e bivi giusti, vissuto molto, fino a che sono diventato un uomo abbastanza libero da volgermi nella direzione da cui ero partito senza ansie e paure, abbastanza libero da tornare a incontrare mio padre, e liberamente considerare lui e le sue poche parole e le sue ferme leggi. E volergli bene, bene davvero.

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