Non piangere papà

Ragazze resistete a chi vi vuole come la “perla nella conchiglia”

Fantasticare di farcela, sempre e il più in fretta possibile, con l’aiuto e la disponibilità paritaria di un partner. Per poi scoprire che le poppate e la mancanza di sonno ti sfiancano, e che nonostante i congedi parentali estesi ai padri, il tempo da dedicare all’accudimento della prole viene risucchiato soprattutto alle madri. Su queste illusioni e delusioni, e sull’opportunità di reagire e superarle, abbiamo ragionato con Francesca Rigotti, filosofa, docente prima a Göttingen e ora a Lugano, autrice recentemente per Einaudi di De senectute, un saggio sulla vecchiaia femminile e sui pregiudizi che la circondano.

L’utopia della parità in temi di gravidanza e maternità si rivela tale nell’esperienza comune: questo peso e questa responsabilità fatalmente ricadono in modo preponderante sulla donna. Professoressa, vogliamo approfondire quel “fatalmente”?

« Concetti come parità ed eguaglianza, di genere o di altro, sono notoriamente finzioni. Non è che tutti e tutte siamo uguali, ci mancherebbe: ed è certo innegabile che, avendo uomini e donne apparati riproduttivi diversi, non possano essere considerati tali. Dobbiamo però essere trattati da eguali e da pari. Quello che non ha da accadere è che gli esseri umani vengano trattati diversamente, sul piano morale, giuridico, politico, a causa del loro tipo di apparato riproduttivo, oltre che, ovviamente, delle loro preferenze sessuali, del colore della pelle, eccetera. Sarebbe invece ridicolo, per esempio, se si richiedesse ugual numero di posti letto per uomini e donne nei reparti maternità, visto che per il momento sono soltanto le femmine della specie a rimanere incinte. Sono loro a essere coinvolte, nella gestazione del feto e poi nell’allattamento del neonato. Dal fato, sì: dal destino cioè di essere nate femmine».

Che è ancora una condanna, una maledizione?

«No, a meno che non venga associato, come di fatto in molti casi succede, a tabù di impurità, a discriminazioni, privazioni di diritti, pregiudizi e preconcetti. Non solo la maternità non è, e soprattutto non dovrebbe essere, una condanna: si tratta, invece, di un privilegio raro. Significa percepire qualcosa che cresce dentro di sé, sentir scalciare e muoversi un esserino all’interno del proprio corpo. Ritrovarsi endiadi, uno-in-due, poter alimentare al seno un bambino, vederlo fiorire e un giorno, prima di chiunque altro, scoprire che sorride. Qui non c’è re o figlio di re che tenga, la regina e la principessa hanno un potere in più».

A proposito di principesse: la sindrome Kate Middleton, quella della puerpera che a poche ore dal parto esce dalla clinica sui tacchi alti e nel giro di poche settimane gira il mondo con bebè e tate al seguito, affascina molte ragazze. Anche fra chi non può permettersi uno stuolo di aiuti domestici si registra di sicuro una tendenza a tornare al lavoro il prima possibile, e anche a mettersi a riposo per un periodo minimo prima del parto. È certamente un’espressione di forza e di vitalità. Ma non suona anche come un modo di mettere il corpo fra parentesi, di voler mantenersi sempre all’altezza della performance?

«Lo trovo un comportamento sciocco ed esibizionista se viene praticato per dimostrare la propria onnipotenza. Un potere-dovere essere e fare tutto, nello stile delle supermamme piene di energie di certe pubblicità. Se si desiderano tranquillità e riposo si ha tutto il diritto di goderne. Lo trovo invece intelligente, e molto, se si oppone all’idea della “debolezza” congenita e naturale della donna, elaborata e trasmessaci direttamente dal pensiero greco e dalla tradizione biblica. Se la donna è debole, e sottolineo il se, si risveglierà il senso di protezione del maschio virile, quello che magari spinge un ministro del governo italiano a esternare la proposta di far sbarcare a terra dalle navi ancorate di fronte a Malta “le donne e i bambini”. Lasciamo da parte i bambini, che staccheremmo comunque con disinvoltura dai padri come agnellini pasquali. Ma le donne? Prima le donne perché sono fragili e bisognose di protezione, la cosa più preziosa che abbiamo, la perla della conchiglia, come nell’ideologia del fondamentalismo islamico? Non accettate, ragazze, resistete».

Come, e quanto, questi pregiudizi, questo stigma sociale, influenzano le emozioni e i comportamenti delle madri?

«Ancora moltissimo. Eppure sarebbe ora di smetterla con la retorica che considera la madre come un otre caldo dotato di morbidi mammelloni, con tanto cuore ma senza cervello, e con la testa piena solo di pappe e di pannolini. Elizabeth G. Anscombe riuscì a essere una delle grandi protagoniste della filosofia novecentesca e, contemporaneamente, a mettere al mondo e a occuparsi di persona di sette figli. Uno in meno di Giambattista Vico. Ma lui era un uomo».

Eppure, in pieno ventunesimo secolo, ancora resiste l’alternativa tra fare bambini oppure “realizzarsi” nel lavoro, con tutta l’ambiguità che il termine comporta. Tocca ancora sfatare il mito della creatività femminile, che si annullerebbe confluendo nell’istinto materno? Lo chiedo a lei, che ha perseguito una carriera universitaria, ha scritto 25 libri e allevato quattro figli.

«Tre maschi e una femmina. Come Camilla Läckberg, una delle grandi firme del giallo scandinavo, ma senza raggiungere il suo successo di vendite. Läckberg ha scritto il suo romanzo La strega, quasi 700 pagine ricche di riferimenti storici, nel corso del primo anno di vita di sua figlia Polly. La creatività non è una prerogativa dei maschi giovani, etero oppure omo, e bisogna rompere la regola per cui mamme e vecchi ne risultino esclusi. È un tema che mi appassiona e al quale accenno nel mio contributo a un volume collettaneo in uscita da Utet, che proprio Rompere le regole s’intitola. Nel libro ogni autore (Belpoliti, De Luna, Gardini, Fusini, Gifuni e io) si accosta alla creatività secondo la sua prospettiva. Nel mio caso, cerco di mostrare, con argomenti e con esempi, come si possa essere creativi anche se molto anziani o essendo mamme; e allo stesso tempo cerco di spiegare da dove nasce l’opinione opposta».

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