Non piangere papà

I grandi padroni campioni di welfare

Una società economicamente libera, per esempio una società capitalistica, può essere moralmente accettabile solo se la ricchezza privata diviene fraternità attraverso opere di bene, e benessere collettivo attraverso la creazione di mezzi di produzione, miglioramenti concreti, possibilità lavorative e di vita per gli altri uomini. Ogni imprenditore onesto si comporta in questo modo». Parole testamento che stanno in una lettera scritta ai familiari da Gaetano Zambon, fondatore nel 1906 del gruppo farmaceutico che porta il suo nome. La lettera, datata 13 novembre 1953, dice che in Veneto non solo i Marzotto si occupavano dei loro “collaboratori” e costruivano il teatro e l’asilo, le case per gli operai e le villette per gli impiegati, la chiesa e la scuola, i campi da calcio e insomma tutti i servizi che oggi chiamiamo di welfare e una idea praticata di impresa come generatore di benessere sociale.

Ma come sta tutto questo con l’immagine della terra del leghismo furioso, del rampantismo, della xenofobia e del razzismo eretti a modello sociale? Un veronese di successo come mister Amarone, secondo l’anagrafe Sandro Boscaini, forte di 10 milioni di bottiglie vendute, sostiene che non basta «savèr far» ma occorre non di meno «far savèr». E i veneti non sono per nulla bravi a far sapere, a raccontare se stessi e anzi lasciano così campo alle rappresentazioni più vergognose e laide, al prototipo/stereotipo dell’imprenditore rapace e senza alcun senso di responsabilità sociale. Ne esiste una folta schiera, ovviamente, di questi casi di rapaci danarosi a quattro zampe. Ma è invece tanto operativo quanto silenzioso il resto del mondo imprenditoriale che pratica sane politiche di welfare. Parliamo della terra che un secolo e mezzo fa ha dato i natali alle banche di credito cooperativo, che sono ancora oggi tante volte istituti di comunità. La Bcc Prealpi, che sta per volumi nella top Five nazionale, ha ventimila soci. Equivale a 20 mila famiglie che usufruiscono di contributi per spese scolastiche e per trattamenti sanitari, e che beneficiano di una massiva campagna di visite mediche di prevenzione.

Ma in effetti non parliamo di episodi. Se nella media nazionale ormai il welfare aziendale è presente nel 30% dei contratti integrativi, in area Nord-Est il peso è circa doppio. Ci sono casi di scuola come Luxottica, che alla voce welfare mette in fila il “patto generazionale” (per agevolare l’ingresso di giovani lavoratori e i dipendenti che, a tre anni dalla soglia della pensione, intendono ridurre l’impegno lavorativo), il “bonus vita” (contributo economico agli eredi di dipendenti, anche in caso di decesso fuori dalla fabbrica), il microcredito di solidarietà (per aiutare dipendenti in difficoltà economica), la banca ore etica e via dicendo in fatto di mense aziendali, contributi per spese mediche e scolastiche, bonus per acquisti.

Va da sé che Leonardo Del Vecchio non esercita una generica propensione alla beneficenza, ma con questi strumenti di welfare consolida una comunità di lavoro che - nelle montagne del Bellunese - è esposta alla penuria di manodopera e allo spopolamento del territorio. Allo stesso modo, costituiscono un paradigma di leadership territoriale le iniziative di grandi gruppi come Danieli (il “padrone delle ferriere” offre ai figli dei dipendenti tra l’altro accoglienza dall’asilo nido alla scuola primaria), Fincantieri, Bofrost, Save, Generali. A proposito di Generali, la compagnia assicurativa triestina conduce da qualche anno una ricerca denominata Welfare index Pmi. Ebbene, nell’edizione 2018 nelle prime dieci posizioni troviamo quattro aziende nordestine. E sono tutte piccole imprese.

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