Non piangere papà

Cresce il desiderio di paternità e maternità ma le nascite calano

Sembra strano ma è così: le nascite calano inesorabilmente, ma i figli si desiderano più di quanto non pensiate. Il desiderio di maternità e paternità c’è ma non riesce a realizzarsi. Sono anni che il tasso di fecondità è basso, al massimo 1,4 figli per donna, ma sono anche tanti anni che il numero di figli desiderati è più alto e pari a 2. Egoismo, come qualcuno dice? No. Semplicemente le donne e gli uomini non riescono ad avere i figli che desiderano. Ci sono ostacoli che non si rimuovono, a cui se ne aggiungono altri, con la crisi che rende tutto più difficile. Pensate: solo l’1,8% delle donne da 18 a 49 anni che non hanno figli ha dichiarato di non avere come progetto di vita la nascita di un figlio, praticamente nessuna. Il che vuol dire che non si riesce a trasformare il desiderio di avere figli in realtà. Nei momenti difficili si rimanda il metter su famiglia, il costruirsi una vita autonoma e anche l’avere figli. Ma se il periodo difficile si allunga il rinvio si trasforma in rinuncia. E purtroppo ciò è avvenuto per troppo tempo e soprattutto senza che qualcuno se ne curasse seriamente da parte pubblica. E questa cecità politica di non fare i conti col desiderio di maternità e paternità esistenti nel Paese ci ha condannato ad un lunghissimo periodo di bassa fecondità che ha lasciato il segno. Nel 1995 è stato raggiunto il minimo di fecondità. Pochi nati allora vuol dire poche madri venti, trenta anni dopo. Per avere lo stesso numero di nati di venti anni prima quelle donne avrebbero dovuto fare molti più figli delle generazioni precedenti.E invece è successo il contrario. Le donne nate nei primi Anni 20 avevano in media 2,5 figli, quelle nate tra il 1945 e il 1949 ne avevano 2, quelle nate nel 1976 solo 1,4.

È in gioco il diritto

Ma perché questa è la situazione dell’ Italia e non dei Paesi nordici o della Francia? Perché la politica non ha agito. Guardiamo gli altri: la Svezia ha investito in politiche di conciliazione e sviluppo dei servizi a partire dagli Anni Cinquanta, accompagnando il processo di inserimento delle donne nel mercato del lavoro. In Francia si è investito anche in politiche di sostegno per il costo dei figli, ma non solo alla nascita, durante tutto il periodo della loro crescita. L’Italia invece ha lasciato che la situazione si aggiustasse da sola, confidando nelle strategie individuali, nelle donne pilastro del sistema di welfare per la mole di lavoro non retribuito che si sono sempre caricate. Nessuna ottica di sistema, misure frammentate, come i bonus, e conseguentemente poco efficaci. Con la motivazione della necessità del taglio della spesa pubblica non si è mai investito seriamente sulle politiche sociali e, conseguentemente, il desiderio di maternità e paternità di uomini e donne è rimasto frustrato. E così ognuno ha reagito come poteva. C’è chi ha rinunciato ad avere figli o ne ha avuti meno di quelli che avrebbe desiderato, chi, soprattutto donne, ha sacrificato il lavoro, la carriera, ricorrendo al part-time. È brutto dirlo, ma la strategia delle rinunce è diventata parte della normalità. La presenza di servizi per la prima infanzia è ancora molto carente al Sud e non sufficiente neanche al Nord. L’equilibrio tra attività professionale e familiare, mediante una più equa ripartizione dei ruoli tra i due sessi non è stato conseguito. E così sono pochi gli uomini che utilizzano i congedi parentali. E sono troppo spesso in gran parte le donne a fruirne, nonché a caricarsi della gran parte del lavoro di cura, e domestico, e a pagare così le conseguenze in termini di difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro, di interruzioni precoci e frequenti del lavoro, di minori e più bassi salari. E i padri che vogliono esercitare la loro paternità incontrano enormi difficoltà nelle aziende, sono visti male e penalizzati.

No alle misure pronataliste, ma nelle azioni di sistema.

Centrare le politiche anche su un nuovo protagonismo dei padri è fondamentale. Ma nel nostro Paese al ruolo paterno in ambito familiare si pensa poco, nonostante segnali di cambiamento da parte di padri laureati, del Nord, più giovani siano evidenti. Il congedo di paternità, per la nascita del figlio, è solo di 4 giorni e il congedo parentale fino a 8 anni di età del bambino, i padri lo utilizzano poco anche perché fortemente penalizzante da un punto di vista economico (30% della retribuzione). Però c’è chi pensa alla “bigenitorialità perfetta” solo dopo la separazione! Come nel disegno di legge a firma Pillon senatore della Lega; come se potesse bastare l’obbligo di legge di dividersi al 50 per cento il tempo per i figli per favorirne la presa in carico da parte dei padri. Se ci si attivasse per lo sviluppo della condivisione delle responsabilità familiari all’interno della coppia ancora non separata, tutto sarebbe più facile anche all’indomani della separazione. Chissà perché di questo il senatore Pillon non si occupa. Di misure sbagliate nella manovra ce ne sono anche altre, basti pensare alla possibilità delle donne di fruire di tutti e 5 i mesi di congedo di maternità obbligatoria dopo il parto, che espone tante donne precarie a rischi di ricatti sul lavoro. Così non si viene incontro alle future madri. E neanche con le misure relative a chi fa il terzo figlio, con la messa a disposizione di terreni da coltivare, misura fotocopia di quella adottata da Putin in Russia per ripopolare le steppe, inserita anche nella nostra manovra. Non servono politiche putiniane pronataliste come nel ventennio fascista. Serve che finalmente un governo si doti di politiche per la creazione di un clima sociale favorevole alla maternità ed alla paternità. Azioni complessive di sistema, politiche per la condivisione, rete adeguata di servizi sociali per la prima infanzia, welfare aziendale, ambienti di lavoro più flessibili e “friendly”, congedi di paternità più lunghi e congedi parentali flessibili e pagati meglio, sostegno al costo dei figli nel corso della vita, un sistema integrato di misure…. altro che bonus e politiche pronataliste di tipo paternalista.

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