Non piangere papà

Bravi padri migliori manager: il master in casa

Fare il papà e continuare a esercitare la propria professione non è una contraddizione, anzi: si possono sviluppare nuove competenze e renderle efficaci in entrambi i momenti della giornata. Ed è quello che ci chiedono i nuovi padri: poter vivere a pieno la paternità, riuscendo anche a essere più efficaci in ufficio. Superando il pregiudizio che diventare padri sia dannoso o irrilevante per il lavoro». La paternità è come un master, un figlio come un corso quotidiano di aggiornamento: è stata questa l’intuizione di Riccarda Zezza, Ceo di “Life Based Value” ideatrice di Maam, programma nato nella primavera del 2017 per ampliare le competenze trasversali da mettere in gioco in casa e in azienda. E sono più di mille i papà che hanno aderito, “allenandosi” di settimana in settimana – tra un pannolino e una riunione – a testare le neo abilità negli ambiti della comunicazione e dell’empatia, nell’agilità mentale e del problem solving, nella gestione del tempo e delle deleghe.

«Le ricerche dimostrano chiaramente che a livello emotivo il diventare padri migliora l’intelligenza emotiva. E proprio l’intelligenza emotiva è uno dei grandi ambiti in cui le aziende stanno investendo tantissimo per formare i propri manager. Perché spendere soldi e tempo quando la paternità è un percorso privilegiato per imparare, per esempio, ad ascoltare se stessi o gli altri? Oppure il tema dell’empatia: diventa naturale scoprirsi empatici con un figlio, perché non portare questa “innovazione” anche con i colleghi? Il dirigente di una multinazionale mi ha scritto: “Non credo si possa essere diventare un lavoratore adulto se prima non si è diventati padri”. Ecco, in questa frase, in questa consapevolezza, penso ci sia il cuore di Maam».

“Liberare tempo per potersi dedicare ai figli e giocare con loro è la sfida del mio tempo”; “Nella mia azienda la paternità è visibile nel quotidiano: credo che al momento mi possa sentire fortunato a potermi confrontare con papà di “nuova generazione”, che sono papà da “poco prima di me” e con cui potermi confrontare su dubbi e perplessità”; “Bisognerebbe dare a tutti un figlio per una settimana“. Sono alcune dei pensieri lasciati dai padri di “Maam”, che tra le capacità accresciute grazie alla prole mettono ai primi posti l’ascolto.

Anche se la vera rivoluzione sta proprio nella riorganizzazione dei tempi e della priorità, che è la maggior preoccupazione per il 55% del campione. «I nostri studi evidenziano che i principali ostacoli che un padre incontra oggi sono per il 42% culturali, 35% gestione del tempo, 13% sostegno della famiglia, 10% altro. E quelli culturali, ovviamente, sono i più feroci. Spesso viene manifestata la preoccupazione di essere discriminati, di non essere ben visti. Esiste una sorta di stigma della paternità: ci sono quarantenni che preferiscono dire di andare a calcetto o in palestra piuttosto di dire di andare dai figli».

Usare la vita vera come palestra, pensare da padri sul lavoro e non dimenticare le abilità professionali nella relazione con i figli; non alzare barriere ma contaminare i modi di essere e di agire; seguire le indicazioni dei coach e fare community con gli altri papà, per scambiarsi opinioni e buone pratiche, criticità e possibili soluzioni. E quello che le aziende che aderiscono a “Maam” chiedono ai propri dipendenti, in un’ottica di welfare aziendale che porta in cambio l’abbassamento dello stress, una continua formazione “informale” e un aumento della produttività. «E poi c’è la visione – conclude Riccarda Zezza –. Sembra una competenza fuffologica, ma la paternità ti dà una visione diversa, ti allunga l’orizzonte temporale all’infinito, dà profondità alla sguardo. Questo ti rende più responsabile e ti aiuta a vedere oltre, cambia il tuo modo di pianificare, di essere un bravo manager. Non ti accontenti più del “qui ed ora”, senti la necessità di pensare avanti».

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