Homo in sapiens 2019

Superficiali e smemorati: così cambia il nostro cervello

Il cervello è la parte del corpo umano che più rapidamente si adatta alle novità. Ogni volta che lo studiano, per vedere come reagisce a uno smodato uso di computer e smartphone, gli scienziati hanno molte ragioni di essere preoccupati, perché l’inarrestabile e rapidissimo avanzare delle tecnologie di comunicazione sta bruciando millenni di evoluzione. Le strutture neuronali adibite alla memoria, quelle che hanno reso possibile lo sviluppo del pensiero e della conoscenza, vengono usate sempre meno. Il cervello dell’homo sapiens contemporaneo è molto pronto a reagire a stimoli improvvisi, ma è meno adatto all’elaborazione delle informazioni, che non diventano più conoscenza profonda. Entro pochi anni saremo tutti perennemente distratti, superficiali e smemorati: che bisogno c’è di avere cura della nostra memoria di lungo termine se la tecnologia ricorda le cose per noi?

Già non ricordiamo più i numeri di telefono e le date dei compleanni, perché quello che dobbiamo sapere è solo a un click di distanza. Il web è diventato un’estensione della nostra memoria, l’abbiamo appaltata all’esterno come fanno le aziende per le attività meno importanti. Siamo diventati più bravi a sapere dov’è un’informazione che a ricordarla. Anche quando guardiamo un paesaggio, o i quadri di una mostra, affidiamo alle foto dello smartphone il compito di ricordare, come ha dimostrato una ricerca della Fairfield University del Connecticut: i visitatori di un museo che non avevano scattato foto descrivevano con maggiore precisione gli oggetti esposti rispetto a chi ne aveva scattate.

Secondo lo studioso americano Nicholas Carr, che da più di vent’anni scrive libri sul tema, quello che le tecnologie stanno facendo al cervello umano distruggerà sul lungo termine anche la nostra capacità creativa: “La memoria umana – ha detto – non è come quella di un hard disk, non ha un punto di saturazione. Ricordando, creiamo continue connessioni con quello che già sappiamo e solo questo determina la conoscenza e la creatività”. Sempre più spesso, nei convegni che trattano con preoccupazione il tema, viene elogiata la preveggenza di Platone, che già nel 370 a.C., duemila anni prima di Internet, ammoniva sui danni che avrebbe causato l’acquisizione di nozioni non supportata dall’apprendimento: «Crederanno di conoscere molte cose ma non le sapranno. Saranno portatori di opinioni invece che sapienti».

La profezia del filosofo greco si è già forse avverata nella composizione dei governi di alcuni stati, ma non ha certamente risparmiato i cittadini, bombardati da una massa di informazioni che li disorienta. «La comprensione di quello che sta avvenendo – ha scritto Timothy B. Lee, esperto di tecnologia per il Washington Post e per Vox – è sempre più problematica perché su Internet e sui social le cose che intrattengono sono privilegiate dagli algoritmi di ricerca e sono quindi più lette delle informazioni bilanciate e riferite con rigore. Questo sta portando dovunque a una minore qualità della democrazia». Uno slogan su twitter è più seguito e più convincente di un ragionamento approfondito.

I pericoli sono molti e complessi, il rischio del passaggio da Homo Sapiens a Homo Insapiens è reale. Di Internet però non possiamo più fare a meno, non è pensabile un ritorno al passato. Persino Stephen Hawking, l’astrofisico più sensibile nell’ipotizzare i danni che l’intelligenza artificiale potrebbe causare agli esseri umani, riconosceva che grazie alla tecnologia il futuro sarà per molti aspetti migliore. Nel libro Homo Deus Yuval Noah Harari mette però in guardia da quello che considera un nuovo patto biblico tra l’uomo e la tecnologia: il nostro senso di onnipotenza ci procurerà felicità, elisir di giovinezza e tutto quello che desideriamo. Ma questo patto, aggiunge il ricercatore israeliano, porterà gli esseri umani nell’abisso della completa insignificanza: senza l’aiuto dei computer non varremo più nulla e diventeremo di fatto schiavi del nuovo dio che sa tutto. Nel tempio di Apollo a Delfi si esortavano gli uomini a conoscere se stessi attraverso anni di studio e meditazione. L’uomo del futuro, per sapere chi è, cliccherà su Google.


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