Homo in sapiens 2019

L’intelligenza sintetica è la vera sfida per Homo Sapiens ma servono una mente e un corpo nuovi

La macchina del tempo esiste. Stringete la mano a Geoffrey Hinton e vi porterà tra Intelligenze Artificiali che conversano con gli umani e si comportano da partner inseparabili. Parlate con Jennifer Doudna e vi emozionerà con la possibilità di generare bambini con un inedito Dna, depurato da malattie a breve e lungo termine e con capacità intellettuali superiori. Ascoltate le lezioni del Nobel James Allison e sarete proiettati in ospedali dove l’immunoterapia ha insegnato all’organismo a tenere a bada ogni tipo di tumore.

Quel tempo è, naturalmente, il futuro. Ma è un futuro prossimo, alla portata di un sessantenne o di un settantenne di oggi. Dai robot umanoidi alle colonie lunari e marziane: perfino la fantascienza estrema sta per trascolorare nell’irrequieta quotidianità che ci tormenta. La variegata tribù degli scienziati ne è convinta, anche perché molti dei loro rappresentanti vivono già in un tempo di 10 o 20 anni più avanti rispetto a quello di chi non frequenta laboratori e non maneggia particelle o Dna. E la familiarità con un’epoca che possiamo solo intravedere e che loro stanno costruendo (a volte con una fretta che ci pare eccessiva) spinge gli scienziati alla più estrema delle metamorfosi intellettuali: dimenticate - intimano - la separazione tra i barcollanti Freud, Marx e Nietzsche da una parte e gli estroversi Einstein e Von Neumann dall’altra. La cultura del XXI secolo è una zuppa quantistica, in cui le idee, le scoperte e le invenzioni, dal Neolitico fino al 2019, formano un aggregato in velocissima mutazione. Divora come un buco nero e restituisce la materia in stati irriconoscibili come un buco bianco.

Filosofia, storia, arte e tutto quanto era stato etichettato come umanesimo si decompone e si ricompone obbedendo alle logiche dei cyborg e della vita artificiale, delle reti neurali e della complessità, della virtualità e dei teraflop. E di tantissimo altro. L’Universo stesso si rivela ora come l’insidiosa macchina spaziotemporale del kolossal «Interstellar»: sfida ogni capacità di pensiero e previsione ed esige uno spericolato scatto evolutivo della cognizione. Il tempo stringe. Per Yuval Noah Harari dobbiamo sottoporre i modelli mentali a una mutazione alchemica, mentre Gerd Gigerenzer svela le debolezze del ragionare classico e John Brockman predica l’avvento della Terza Cultura, segnata da una stupefacente era dell’oro: umanisti-cibernetici e scienziati-filosofi si ibrideranno gli uni negli altri, generando una versione di intellettuale che nemmeno Marsilio Ficino e Jacques d’Alembert avrebbero potuto concepire.

Ai giovani si ripete di seguire il credo del cursus honorum <Stem>, acronimo inglese per scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, ma intanto le ricerche portano alla luce i danni cerebrali da eccesso di social network e il trapasso alla società delle intelligenze sintetiche prelude alla possibile irrilevanza della stragrande maggioranza degli umani. Dobbiamo cambiare, nella mente e nel corpo, in modo più efficiente di quanto non sia avvenuto nei 300 mila anni della nostra storia di Sapiens, eppure la porta per il Paradiso potrebbe essere strettissima. Perfino più di quella edificata con passione e fanatismo da millenni di filosofie e religioni.

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