Homo in sapiens 2019

Italia troppo cinica: ci salveranno i ragazzi

Ci salveranno i nostri figli, quelli che adesso hanno meno di trent’anni, perché sono così diversi da noi e dalle nostre abitudini, così lontani dal nostro cinismo e dalla nostra indifferenza. Forse non è solo una storia di Natale, anche se la racconta un grande raccontatore di storie della nostra letteratura, quell’Antonio Manzini che non ha inventato solo il personaggio di Rocco Schiavone, vicequestore romano spedito per punizione fra le montagne innevate di Aosta, con il suo bagaglio di nostalgia e di dolore, di stenti e depressione (il 19 gennaio uscirà il prossimo capitolo, Rien ne va plus, sempre da Sellerio). In un altro romanzo, Orfani bianchi, pesante atto di accusa contro le ingiustizie del liberismo, ritrae la splendida figura di Mirta, giovane moldava trapiantata a Roma, in lotta perenne contro il suo destino crudele e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine, tutte prigioniere della stessa condanna, quella della disperazione, in una società che ha perso ogni memoria di tenerezza. In fondo, è la stessa prigione che ingabbia Rocco Schiavone. Perchè il Paese è lo stesso. Antonio Manzini, attore con 25 anni di onorata carriera, regista, sceneggiatore e acclamatissimo scrittore, da piccolo si divertiva «a suonare la batteria e a inscenare dei teatrini per gli amici e i parenti, ai quali facevo pure pagare il biglietto», per rendere più vera la rappresentazione. Il suo talento è stato sempre quello di raccontare storie, «che siano vere o false, sin da bambino, e in fondo anche recitare era un modo di fare la stessa cosa».

Ama «Zola più di tutti, e poi Cechov e Dostoevskij». Oggi, quando comincia un libro, non sa mai come andrà a finire, proprio come nella vita, perché «lo scheletro serve sempre, per iniziare, ma chi se ne frega, è più divertente seguire il mistero della scrittura, che non sai mai dove ti può portare». È lo stesso scheletro che abbiamo noi, guardando davanti l’anno che verrà, questa congerie di sensazioni e di timori, di speranze e sogni, che ti fa la vita prima di venirci incontro.

E questo scheletro che cosa ci dice del 2019?

«Io ho paura di quel che succederà. Perché non mi fido delle persone che sono al governo. Ad esempio, non vedo nessun impegno sul programma culturale. Eppure si calcola l’entità e il potere di un Paese in base alla cultura. Tutto questo pensiero populista mi fa paura. Ha ridato la stura alla nostra parte peggiore, come se ci fossimo riconosciuti per quello che siamo, un Paese di destra, fascista, un’Italia ripiegata su se stessa, lontana dai valori. Mussolini diceva che è inutile governare gli italiani. Se non sono d’accordo non ti seguiranno mai. Per la nostra Storia millenaria, lo Stato ci occupa e quindi è un nemico. Soprattutto noi del Sud abbiamo questo atteggiamento. Non puoi toglierci dall’oggi al domani 500 anni. Ci fidiamo dei leader che ci assecondano. Io ho grande nostalgia di Moro, di Spadolini, persino di Craxi».

Quindi non ti piace l’Italia di oggi?

«Tutt’altro. L’Italia mi piace da morire. Avremmo bisogno come le squadre di calcio dei giocatori stranieri che ci fanno vincere. Poi siamo i migliori. Questo Paese non puoi non amarlo. Sono stato a Milano, adesso: dio mio, quanto è diventata bella! Adesso sono qui, che guardo in alto, a casa mia, a Soriano nel Cimino, e sto guardando un castello costruito da Orso Orsini dopo l’anno Mille e nessuno lo viene a vedere, ma è bellissimo, con i suoi merli, affacciato sulla valle che si sperde all’orizzonte. Siamo pieni di gioielli, di meraviglie».

L’Italia è più bella di quello che siamo noi?

«Ma noi ci assomigliamo a questo Paese. Se ti affacci tutte le mattine e vedi piazza Navona,la bellezza ti entra dentro. È un processo osmotico, è l’educazione al bello che fa crescere le persone. Come fai a odiare un Paese così? È la nostra storia che ci ha corroso l’anima,la nostra mancanza di senso dello Stato. Ma noi siamo un grande popolo. Come fai a odiare un Paese così?».

Ma come lo concili con quello che dicevi prima?

«Perché il bello non basta. Per apprezzare il bello ci vuole senso critico. Il bello ci ha abituato a guardare, non a leggere. La lettura ti fa avere il dubbio, ti fa dire no. Noi non leggiamo. Ci richiudiamo su noi stessi, e così non valorizziamo le nostre qualità. Ci oscuriamo. Prima dicevo che siamo diventati di destra. È meno comodo essere di sinistra. Devi rinunciare alla tua sicurezza per un senso di giustizia, per più libertà».

E qual è la cosa che ti fa più paura?

«Il lavoro che sparisce. E il gusto delle persone che è diventato medioevale. Io sono agghiacciato per dove sta andando l’arte moderna, siamo nell’incolto, nello sgraziato, stiamo regredendo davvero verso un nuovo medioevo».

La speranza?

«La nuova generazione che sta sotto i 30 anni. Ho due figli di 27 e 23 anni, sono forti ‘sti ragazzi. Sono cresciuti con l’amore dell’ecologia, hanno un rapporto col sesso molto meno fanatico del nostro, hanno abbandonato la televisione, hanno valori semplici, ma veri. Sono migliori di noi. Loro ci salveranno».

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