Homo in sapiens 2019

Buon anno Africa! Il miracolo è la gente ma i dittatori restano

I migranti si avviano a diventare, da questa parte del mare, poco più di uno sgradito dato statistico. Che appartiene al passato. Chiuse, quasi ermeticamente, le frontiere di terra e di mare, il rivolo che un tempo era fiume, a poco a poco, si esaurirà. Ci lavoreranno, infagottati di idee (del dopo) e di sistemi, gli statistici e i saggisti. Al solito come se stessero parlando del tempo o di trapassati: e non di gente disgraziata.

Ma per l’Africa non è certo arrivato il momento di scrivere il capitolo finale e di fare il conto dei morti. Semplicemente: la Migrazione continuerà ma verso altre direzioni, non più il nord di tutte le magiche promesse di ricchezza e di nuova vita; ora sarà l’est o l’ovest, o il sud, per specchiarsi, cercando una più esigua fortuna, in un’altra miseria, appena minore. Migrare in Africa è una necessità che continuamente ogni anno reinventa sé stessa.

Non ci sono più le periferie d’Europa? Restano, per lavorare, i campi di caffè, di cacao, di cotone, di olio di palma in Costa d’Avorio, in Ghana, in Camerun, le foreste da tagliare, le miniere del Sud Africa. Chissà! forse perfino la Libia sarà meno selvaggia e si potrà tornare per i lavori umili e duri del tempo in cui i petrodollari di Gheddafi consentivano ai suoi sudditi pigri di non fare nulla e ingaggiare schiavi. Quando gli sconfitti sono indomabili, un giorno o l’altro, sono certi che ce la faranno per forza. È la loro grandezza. E la loro maledizione.

Si metteranno in cammino come ogni primavera: sui piccoli bus scalcinati, sui pick-up dei “caporali’’, a piedi verso frontiere non certo meno impervie e difficili di quelle d’Europa. Troveranno, come ogni anno, gendarmi e soldati pronti all’esazione, alla richiesta brutale e inaggirabile della mancia, e padroni non meno duri di quelli del nord. Vivranno in slum e baracche puzzolenti, pagati nulla; e, intorno, avvertiranno palpabile la rabbia, l’odio, il razzismo di altri africani. Che li accuseranno di esser venuti a rubare il loro salario offrendosi per pochi soldi, e li chiameranno ‘’invasori’’, ‘’scarafaggi’’, ‘’ladri’’ .

Con poche eccezioni i governanti africani, i presidenti, le guide supreme, i generalissimi non cambieranno. Hanno le orecchie tese ad ascoltare i suggerimenti che sembrano ordini dei loro padroni- alleati del mondo dei ricchi, a Parigi, a Londra. Impegnatissimi a ricevere le delegazioni di affari, del Fondo Monetario, dei signori del dollaro o dell’euro venuti a comprare petrolio, coltan, rame, uranio, piantagioni, foreste. A proporre il solito immancabile Sviluppo a Casa Loro. Vecchie favole! Sanno bene che tutto, alla fine, per fortuna si esaurirà in qualche sodo ritocco ai reciproci conti in banca.

I più audaci faranno altre aperture economiche ai nuovi ricchi, i cinesi. Anche se anche loro…

Nulla comunque cambierà. Perchè dovrebbe cambiare? Lo Stato in Africa è proprietà di chi lo afferra, gli appartiene. Come un oggetto, o un animale. Sì, bisognerà organizzare, qua e là, le elezioni! Come sono ipocriti questi occidentali, hanno sempre bisogno di salvare le apparenze. Ma è così facile truccare tutto, come con una magia da marabutto o da stregone. Servirà anche qualche ritocco alla Costituzioni per prolungare rafforzare abbellire il potere, passarlo a figli e nipoti, farlo diventare - perché no? - eterno. Non sottovalutiamo i despoti africani, quelli della nuova generazione che ha sostituito la valigetta con lo smartphone. Sanno che possono pigiare sul pedale della corruzione e della violenza. Gli europei, ansiosi di vedere i migranti bloccati, setacciati, portati indietro, dispensano sorrisi e milioni. E i sudditi, i cittadini dei loro stati? In Africa il miracolo è insito nella gente, gli africani sono sempre stati sopraffatti, oppressi, dominati; ma niente riesce a distruggere il loro amore per la vita.

Anche quest’anno si accenderà qualche luce, elezioni che colleghi incapaci, Dio li confonda!, non riusciranno a truccare ammodo. O ci saranno rivolte della fame, inutili saccheggi dei supermercati che in Africa tengono il posto delle rivoluzioni, qualche reggimento uscirà delle caserme ma per sostituire una dinastia di dittatori con un’altra. Sfumature. Sussulti. Le organizzazioni della carità internazionale, ufficiali e private, anche quest’anno non si ritireranno, non faranno domande imbarazzanti. Dove potrebbero andare? La miseria africana è loro necessaria, per continuare a esistere, a pagare stipendi, a nutrire burocrazie.

La nuova vena si chiama petrolio. Significa molto denaro. Molto poco, verrà fatto cadere giudiziosamente anche fuori dal cerchio dei famigli, si formeranno così piccole borghesie, avide e avare. Servirà a qualche ottuso “Candide’’ lassù in occidente per incantarsi davanti alle cifre dello sviluppo africano. Sì. Sarà anche questo un buon anno, un anno da dittatori.


[Numero: 155]