madamine di ferro

Rosalie Montmasson la camicia rossa che non tradì i Mille

Partecipò alla Spedizione dei Mille contro il volere del marito. “Né mogli, né volontarie” erano ammesse per quell’impresa. Ma a lei, che alla causa rivoluzionaria e risorgimentale aveva già dato tanto, non si poteva dire di no. Fu Giuseppe Garibaldi stesso a darle il suo accordo. E così Rosalie Montmasson, pantaloni e camicia rossa, salpò con gli altri uomini da Quarto verso la Sicilia, in quella notte del 5 maggio 1860. Aveva 37 anni. Ed era l’unica donna.

Maria Attanasio, scrittrice e poetessa, a lungo docente di storia e filosofia a Caltagirone, si è imbattuta per la prima volta nella sua figura nel 2010. «Era un pomeriggio tedioso e mi sono messa a navigare in internet. Lessi di una targa a lei dedicata a Firenze, in via della Scala. Una donna parte della spedizione dei Mille? In tutti quegli anni di studio e insegnamento non ne avevo mai sentito parlare. Lo shock fu tale che mi misi a cercare di più». Il prodotto della ricerca, durata sette anni, è La ragazza di Marsiglia (Sellerio, 2018), biografia romanzata e ampiamente documentata di Rosalie Montmasson, scritta con il soffio della poesia e la presenza della storia.

Il libro debutta con la voce di colui che diventerà compagno di vita e lotte per Montmasson, Francesco Crispi. I due si incontrarono durante l’esilio di lui a Marsiglia e poi a Torino, dopo il fallimento dei moti siciliani. Avvocato, Crispi faticava da esule a trovare lavoro. Lei, fuggita dall’ambiente asfittico di un paesino dell’Alta Savoia, si guadagnava da vivere come lavandaia e stiratrice. Dopo un nuovo arresto, Montmasson seguì Crispi a Malta, dove si sposarono in tutta fretta. Poi a Parigi, negli anni del tentato assassinio a Napoleone III. E ancora a Londra, in contatto con Giuseppe Mazzini. Una vita di ideali e passioni rivoluzionarie condivise. Fino all’avventura dei Mille. Rosalie compì imprese ardite in tutta Europa, maneggiò esplosivi e combatté sul campo a Calatafimi. Dopo l’Unità d’Italia, Crispi si convertì in sostenitore della monarchia sabauda. Mentre lei rimase repubblicana e mazziniana. Vennero le ripetute infedeltà di lui. Venne la crisi.

«La “fiera savoiarda”, come veniva indicata dalla memorialistica dell’epoca, fu colpita da una vera damnatio memoriae, effetto di una doppia violenza: di genere e politica», commenta Attanasio. All’epoca il suffragio era molto ristretto e, certamente, escludeva le donne dall’elettorato attivo e passivo. Della lotta politica della Montmasson non poteva restare traccia, mentre Crispi divenne membro del parlamento unitario, poi potentissimo Ministro dell’Interno e in seguito Presidente del consiglio. «Gli anni passavano e lui, che non aveva mai rinunciato a fare figli fuori dal matrimonio, finì con l’invaghirsi di una donna di nobili natali, Lina Barbagallo, napoletana, con la metà dei suoi anni. Se ne invaghì al punto da volerla sposare: divenne di fatto bigamo». Nonostante ciò avesse suscitato grande scandalo, il processo che ne seguì riconobbe nullo il matrimonio con Montmasson. Era il 1878. E da allora di Rosalie non si seppe più nulla.

«Il Risorgimento fu un grande movimento di libertà, fatto di passioni che contagiarono uomini e donne. Mazzini e Garibaldi erano ferventi sostenitori del diritto di voto alle donne. E la presenza femminile fu forte: al nord con tratti più borghesi, al sud in forma popolana ma con organizzazioni anche militari. Gli spiriti più avvertiti di quella generazione, come Enrichetta Pisacane, vi parteciparono. Ma questo spazio di azione si ricompose con l’Unità d’Italia e il ritorno a casa».

Come concludere dunque il romanzo di una vita illustre che d’un tratto sembra non lasciare più traccia? «A lungo sono stata perplessa. Poi, un caso sorprendente: scoprì che proprio a Caltagirone, nel mio paese, era conservato un busto in gesso della Montmasson, copia di quello in bronzo conservato a Pisa. Rosalie ed io eravamo state vicine per tutti questi anni senza saperlo! Il busto fu commissionato verso la fine dell’800 dallo stesso Crispi: ecco il punto di svolta per immaginare un incontro, una rappacificazione. Quando Montmasson morì nel 1904 ne parlò sia la stampa italiana sia quella straniera. Ai funerali parteciparono garibaldini, amiche e ammiratrici. Era stata una donna influente, ammirata. È assurdo che la sua figura non sia ricordata nei manuali di scuola».

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