tutto l'anno in una notte

“Quella foto, il nostro regalo di Natale all’umanità”

In principio Dio creò il cielo e la Terra. E la Terra era informe e vuota, e le tenebre erano sulla faccia dell’abisso...”.

La voce è di William Anders, all’epoca astronauta NASA di 35 anni, uno dei tre astronauti della missione Apollo 8. Sono le 21 e 30 del 24 dicembre 1968: una data storica per l’astronautica e per le grandi imprese compiute dall’uomo nel corso del millennio che sta per concludersi. È il Natale della Luna. Tre uomini, per la prima volta, girano attorno a un corpo celeste che non sia la Terra. Ma quella storica missione, era partita proprio il 21 dicembre, nel giorno del solstizio d’inverno, con lo spettacolare lancio del Saturno V, il più potente razzo che finora abbia lanciato uomini nello spazio. E quello era il primo lancio di quel super-razzo alto, come un grattacielo di 36 piani, con un Apollo con astronauti.

«In quel periodo d’oro, le missioni spaziali le ho vissute un po’ tutte – ci ricordava Bill Anders, in un redente incontro che abbiamo avuto in California - Ero diventato astronauta della NASA dal 1963, e sapevo di avere buone probabilità di volare in una delle prime missioni Apollo con equipaggio, previste dal programma. Ero stato riserva della Gemini 11, nel 1966. Ma non avrei mai immaginato di viaggiare su quella che avrebbe tradotto in realtà il romanzo di Jules Verne. Oltretutto il nostro programma originario prevedeva un volo a grande distanza dalla Terra, per affrontare le fasi di fuga dalla gravità terrestre, e poi un rientro atmosferico a grande velocità, come se rientrassimo dalla Luna. Poi, ci siamo trovati a compiere il grande viaggio».

William Anders, che oggi ha 85 anni, a differenza della maggior parte degli astronauti, che erano tutti piloti militari o collaudatori di professione (e lui stesso lo era, capitano dell’Air Force al momento della selezione), non era un ingegnere, ma un fisico nucleare. Inoltre, era curiosamente nato a Hong Kong (il 17 ottobre 1933): ma non era cinese né di origine di asiatica. Era cittadino americano a tutti gli effetti, un po’ come Michael Collins, astronauta dell’Apollo 11, prima missione di sbarco del luglio 1969, che era nato a Roma. E non era italiano. Proprio Collins avrebbe dovuto far parte dell’equipaggio dell’Apollo 8: un incidente lo costrinse a portare un collare per mesi, e al suo posto fu inserita la “riserva” James Lovell, che assieme al comandante Frank Borman e ad Anders, formavano così il terzetto della prima impresa umana Terra-Luna. Una missione nata all’ultimo momento: «In origine eravamo destinati ad una missione a grande distanza dalla Terra, ma non attorno alla Luna - ricorda Anders - Ma si temeva che i russi potessero arrivare prima di noi, e decisero così di anticipare il nostro volo, dell’Apollo 9, in Apollo 8, e viceversa. I capi del programma ci proposero il progetto, e naturalmente, nonostante la decisione ardita, accettammo subito.

«Per me - aggiunge l’astronauta dell’Apollo 8 - essendo un fisico, era persino più eccitante l’idea di essere tra i primi tre esseri umani a sganciarsi dall’attrazione gravitazionale terrestre e a dirigersi verso la Luna, che non di mettervi piede direttamente».

Non è più tornato nello spazio, ma venne scelto come pilota di riserva della storica Apollo 11: questo incarico poteva schiudergli le porte per una missione di allunaggio, con Apollo 13 o 14. Ma con un ruolo di pilota del modulo di comando, quindi non per allunare. Aveva appeso la tuta al chiodo nel 1971 per dedicarsi a una carriera manageriale, dapprima presso una Commissione di studi sull’energia atomica, poi tornando al vecchio amore per l’aviazione alla “General Electric”, in seguito come presidente della “Textron”, e poi ancora come direttore della “General Dynamics”, grande azienda aerospaziale, famosa come costruttrice dei razzi “Atlas”.

Anders, ha rivestito ufficialmente il ruolo di “pilota del modulo lunare” anche se in quella missione il LEM non c’era ancora: «No, arriverà con la successiva Apollo 9. Ma fui assegnato ai piloti del modulo lunare essendo stato tra i primi a pilotare, a terra, il veicolo che serviva per esercitarci all’allunaggio. I compiti a bordo erano comunque molti, impegnativi, per tutti e tre. Anche considerando il malore che colpì nei primi tre giorni il nostro comandante, Frank Borman, che peraltro poi si riprese benissimo, Jim Lovell ed io fummo costretti agli straordinari».

«Ero uno dei tre della missione: tutta la lunga fase di addestramento a terra è infatti servita per coloro che sono sbarcati nei voli successivi, e il mio ruolo a bordo dell’Apollo era lo stesso, di tipo scientifico, dei piloti dei LEM che hanno avuto l’opportunità di allunare. E anche per loro, come per me, c’era da lavorare: sull’Apollo erano necessari tre uomini impegnati di continuo, concentrati, con poche pause. Ne andava del successo della missione».

Sul senso e gli scopi delle missioni future Anders aveva le idee chiare: «La Luna è vicinissima a noi in termini di distanze astronomiche, e la faccia nascosta permetterebbe eccezionali osservazioni di stelle e galassie. Ma il futuro della conquista spaziale è Marte, ed è giusto che sia così. Ci sono troppi misteri intatti, ed è una tappa che l’umanità vuole superare, proprio perché ancora non raggiunta. Io stesso ho lavorato su progetti di razzi a propulsione nucleare, che se diventeranno realtà, potranno ridurre di molto i tempi di un viaggio a Marte».

Tutti sanno che è stato Anders a scattare le famose foto, tra cui quella della prima alba lunare fissata in un fotogramma. Ma quando ci siamo visti Bill non ha voluto dare troppa importanza al dettaglio: «Non abbiamo mai voluto dare meriti ad uno dei noi per questo. È un po’ un nostro segreto.

È stato un regalo di tutti e tre, di Borman, Lovell e mio, all’intera umanità. In una magica notte di Natale».

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