tutto l'anno in una notte

Prima di Gesù ci fu il Sole: il culto continua

Già vicedirettore e corrispondente da Londra de La Stampa, ha pubblicato L’ultima copia del New York Times (Donzelli, 2007), Elisabetta, l’ultima regina (Utet, 2015) e Carlo, il principe dimenticato (Utet, 2016).

Dobbiamo immaginarceli, quelli che oggi chiamiamo adoratori pagani del Sole, nei freddi inverni di migliaia di anni fa. Fame, gelo, alta mortalità di vecchi e bambini, animali sofferenti, terra dura come la pietra e incapace di generare. Poi, un giorno, il Sole sembrava fermare la sua discesa all’orizzonte e ricominciava a risalire. Il buio che aveva oscurato le giornate era sconfitto dalla luce, sempre più presente e amica. Il freddo sarebbe continuato, ma quel Sole invincibile che ritornava alto nel cielo segnava l’inizio di un nuovo ciclo della natura, e così era dall’inizio del tempo.

Non c’è da stupirsi se il giorno del solstizio d’inverno sia stato uno dei più importanti in tutti i culti del mondo. Era una ricorrenza che non bisognava dimenticare, un’occasione di festa e di ringraziamento. In quella data, il dio Sole risorgeva come un bambino, generato da una donna in modo quasi sempre prodigioso. In Egitto venivano portate in processione le statue di Iside con in braccio Horus. In India e in Persia si onorava la rinascita di Mitra. Le tribù nordiche celebravano la festa di Yule. In Siria il trionfo della luce sulle tenebre era simboleggiato dalla nascita del dio Ayon, partorito dalla vergine Kore. A Stonehenge e negli altri antichi osservatori megalitici la gente si radunava per fissare il Sole nel giorno della sua rivincita, come fa ancora oggi.

Nell’antica Roma questo periodo era il più atteso dell’anno. I Saturnali, la festa più cara al popolo, si tenevano dal 17 al 23 dicembre per rievocare l’aurea aetas dell’abbondanza e dell’eguaglianza, quell’epoca felice che Ovidio descrive nelle Metamorfosi: “Per prima fiorì l’età dell’oro, che senza bisogno di giustizieri o leggi spontaneamente onorava la lealtà e la rettitudine”. Nei giorni dei Saturnali tutti ritornavano eguali. Si vestivano allo stesso modo e si mascheravano, e i servi potevano recitare il ruolo dei padroni. Si beveva, si facevano brindisi. Si facevano piccoli regali, chiamati strenae. Si organizzavano pranzi ai quali si invitavano i parenti, offrendo loro le migliori prelibatezze. Subito dopo si giocava a dadi, un’attività proibita al di fuori di queste feste.

Chiunque avesse provato a sottrarre ai Romani i Saturnali avrebbe incontrato molte resistenze. Lo capì sicuramente l’imperatore Aureliano, che dopo avere sconfitto la regina Zenobia di Palmira nel 272 importò da quel regno i sacerdoti del culto del Sole che estese a tutto l’impero e celebrò anche con il Dies Natalis Solis Invicti, facendolo cadere il 25 dicembre, come un prolungamento dei Saturnali. Forse Papa Giulio I, nel 350, sperava che collocando nella stessa data il giorno della nascita di Gesù il culto del Sole invincibile avrebbe finalmente perso un po’ di peso.

Ma ci sono volute le persecuzioni dei Cristiani nei confronti dei pagani, le sistematiche distruzioni delle statue, dei templi e dei libri del mondo classico (cui la storica Catherine Nixey ha dedicato l’interessante libro Nel nome della Croce (da poco pubblicato da Bollati Boringhieri) , per imporre i precetti della nuova religione sui vecchi culti. Uno dei censori più accaniti ed efferati, Giovanni Crisostomo, notava compiaciuto nel 390: “La tradizione dei nostri avi è stata distrutta, le radici profonde sono state strappate, la tirannide della gioia e le feste maledette sono state cancellate come fumo”. Non del tutto, visto che un secolo dopo papa Leone I ancora si rammaricava dei fedeli cristiani che prima di entrare in San Pietro si voltavano verso il Sole, chinando il capo in segno di omaggio.

Oggi i Saturnali non si celebrano più, ma il loro ricordo non è svanito: si è solo dilatato nel tempo, assumendo altre forme. A Natale ci scambiamo regali, facciamo brindisi, cerchiamo di essere più buoni e più “eguali”, aiutiamo i poveri, prepariamo pranzi abbondanti per i parenti e dopo giochiamo a qualcosa, proprio come facevano i Romani. La nascita del Solis Invictus si è forse trasposta nell’Epifania (dal greco apparizione, venuta, manifestazione) e le maschere da porre sul viso sono state spostate al Carnevale. La tirannide della gioia che Crisostomo tanto aborriva è ancora nascosta fra di noi, e non vuole proprio andarsene.

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