tutto l'anno in una notte

La Luna avanzava spegnendo le stelle

La Luna in un’immagine tratta dalla prima edizione di: Dalla Terra alla Luna di Jules Verne

In quel momento comparvero i tre intrepidi viaggiatori. Al loro aspetto le grida raddoppiarono d’intensità. Unanimemente, istantaneamente il canto nazionale degli Stati Uniti sfuggì da tutti i petti anelanti, ed il Yankee e doodle, ripetuto in coro da cinque milioni di esecutori, innalzossi come una tempesta sonora fino agli ultimi confini dell’atmosfera. Poi, dopo quell’irresistibile slancio, l’inno tacque, le ultime armonie si spensero a poco a poco; i rumori si dissiparono, e solo un lieto susurro ondeggiò sopra quella folla, sì profondamente impressionata. Intanto il Francese e i due Americani erano passati oltre la cinta riservata intorno alla quale pigiavasi l’immensa turba. Essi erano accompagnati dai membri del Gun-Club e dalle deputazioni mandate dagli Osservatori europei. Barbicane, freddo e calmo, impartiva tranquillamente gli ultimi ordini. Nicholl, colle labbra strette, le mani incrociate dietro il dorso camminava a passo fermo e misurato. Michele Ardan, sempre spigliato, vestito da perfetto viaggiatore, colle uose di cuoio, il carniere al fianco, liberissimo nei suoi larghi vestiti di velluto marrone, col sigaro in bocca, distribuiva al suo passaggio calorose strette di mano con una prodigalità principesca. Egli era inesauribile di vena, d’allegrezza; rideva, scherzava, faceva dei tiri da birichino al degno J. T. Maston; in una parola mostravasi «francese», e, che è più, «parigino» fino all’ultimo secondo. Sonarono le dieci. Il momento di prender posto nel proiettile era venuto; e la manovra necessaria per discendervi, le lastre di chiusura da avvitare. Barbicane aveva regolato il cronometro con l’approssimazione di un decimo di secondo sopra quello dell’ingegnere Murchison, incaricato di dar fuoco alle polveri col mezzo della scintilla elettrica; i viaggiatori rinchiusi nel proiettile potrebbero così seguire con l’occhio l’impassibile ago che segnerebbe l’istante preciso della partenza.

Alcuni istanti più tardi, i tre compagni di viaggio erano insediati nel proiettile, di cui avevano avvitato al di dentro la lastra d’argento; e la bocca della Columbiade, sciolta interamente, aprivasi libera verso il cielo. Nicholl, Barbicane e Michele Ardan erano definitivamente murati nel loro vagone di metallo. Chi potrebbe dipingere l’universale agitazione che toccava allora l’estremo grado? La Luna avanzava sopra un firmamento di ammirabile purezza, spegnendo sul suo cammino i fuochi scintillanti delle stelle; essa percorreva allora la costellazione dei Gemelli, e trovavasi quasi a mezza strada dall’orizzonte e dallo zenit.

Pesava sopra tutta questa scena un silenzio spaventoso. Non un soffio di vento sulla terra! Non un soffio nei petti! I cuori non osavano più di battere. Tutti gli sguardi attoniti fissavano l’aperta gola della Columbiade. Murphison seguiva coll’occhio l’ago del suo cronometro. Appena quaranta secondi, e poi l’istante della partenza sonava... Ma ogni secondo durava un secolo. Al ventesimo ci fu un fremito universale, e alla mente di tutti gli astanti corse il pensiero che gli audaci viaggiatori rinchiusi nel proiettile contassero del pari quei terribili secondi. Sfuggirono alcune grida isolate — Trentacinque! – trentasei! – trentasette! – trentotto! – trentanove! – quaranta! Foc!!!! Tosto Murphison, premendo col dito l’interruttore dell’apparecchio, ristabilì la corrente e lanciò la scintilla elettrica nel fondo della Columbiade. Una detonazione spaventosa, inaudita, sovrumana, di cui nulla varrebbe a dar una idea esatta, nè gli scoppi del fulmine, nè i boati delle eruzioni, si produsse istantaneamente. Una immensa colonna di fuoco scaturì dalle viscere del suolo, come da un cratere. La terra si sollevò, ed a stento poche persone poterono per un attimo scorgere il proiettile che fendeva l’aria vittoriosamente in mezzo ai vapori fiammeggianti.


[Numero: 154]