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Angela Merkel e le altre (quasi) tutte donne nei partiti ma il potere resta agli uomini

Il nostro parlamento ha la stessa percentuale di donne del Parlamento del Sudan, il fatto che io sia cancelliera non deve essere un alibi», ha detto Angela Merkel il mese scorso, in occasione dell’avvio delle celebrazioni per i cento anni di diritto di voto delle donne in Germania, sancito nel 1919. Se si chiedesse a un cittadino europeo mediamente informato che impressione ha della presenza politica femminile nella Bundesrepublik, molto probabilmente risponderebbe con delle evidenze difficili da contestare: Angela Merkel cancelliera, Andrea Nahles presidente dei socialdemocratici, Alice Weidel co-pilota del partito di estrema destra Afd (insieme a Alexander Gauland), Katja Kipping, leader del partito di sinistra Linke, Katarina Barley, prima donna candidata Spd alle elezioni europee, e naturalmente Katha Schultze, anima dei Verdi bavaresi e prossima stella nel firmamento della politica federale. Volendo, si potrebbero aggiungere figure di peso come Annegrette Kramp Karrenbauer, delfina di Merkel e leader della Csu nel Saarland, Nicola Beer segretaria generale dei liberali di Fdp, Annalena BaerBock co-presidente dei Verdi e Sarah Wagenknecht, vicepresidente della Linke.

Tante, no?

«No», è stata la risposta secca di una funzionaria ministeriale di alto livello che - sotto richiesta di anonimato - ha mostrato di recente al settimanale Zeit i dati delle presenze femminili nelle strutture del potere tedesco, denunciando contestualmente la sistematica violazione di una legge federale che, 17 anni fa, imponeva il rispetto delle quote di genere. Il quadro che ne esce offre un’immagine in netta contraddizione con le apparenze, e trasforma l’avviso della cancelliera - «che io non sia un alibi» - da frase d’occasione a campanello d’allarme.

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Innanzitutto i ministeri-chiave: Finanze, Esteri, Difesa, Interni, Economia, Trasporti e Lavoro registrano percentuali minime di donne in posizioni decisionali, e faticosamente rispettano le quote del 50 per cento sul totale degli impiegati. Nel caso del ministero delle Finanze, ad esempio, non ci sono sottosegretarie, né direttrici generali: le donne si concentrano tutte nei cosiddetti Referatabteiligung, ovvero nel livello base di inquadramento. Qualcuno si è divertito a stilare una classifica dei nomi più frequenti tra i sottosegretari tedeschi dal 1949 a oggi: il primo posto spetta ad “Hans”, seguono Karl, Klaus, Walter, Günther. Solo il 3 per cento di donne, ininfluenti i loro nomi.

La regola sembra governata da una proporzione aritmetica: più c’è potere, meno ci sono donne. E se una donna riesce a conquistare una grossa fetta della torta, sarà circondata di uomini che le passano le posate, le dicono come tagliarla, e da dove cominciare a mangiarla. Non è un caso, a questo proposito, che in uno studio dedicato alla leadership femminile, il quotidiano economico Handelsblatt abbia individuato tra le condizioni di buon governo delle donne il fatto che non siano sole al comando, ma con una squadra di dirigenza anch’essa rispettosa delle quote. Per due motivi: “per non essere schiacciate da logiche maschili nelle discussioni e nelle decisioni, e per non essere percepite come ’in quota’, dunque come meno autorevoli”. Non devono essere soltanto visibili, ma effettivamente presenti, una sfumatura non solo lessicale.

Quando le hanno raccontato di un bambino che aveva chiesto alla mamma se anche gli uomini potevano fare i cancellieri, Angela Merkel ha sorriso, e con quell’innata sapienza per l’uso dei luoghi comuni, non senza una nota di amarezza, ha aggiunto: «Non sarà una rondine a fare primavera».

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