Quando il gioco si fa duro tocca a loro

Il numero di donne a capo di esecutivi nazionali è in crescita. Come ha ricostruito un’analisi del 2017 , il numero di paesi ad aver sperimentato una leadership femminile è all’incirca raddoppiato dal 2000 a oggi. Tuttavia, se le donne al potere non sono più raffigurabili come mosche bianche, ancora non sono così numerose da consentire di parlarne come di un fatto ordinario. Infatti, le leader continuano a essere una minoranza, il che le rende in qualche modo outsider rispetto a un ambiente che rimane ancora prevalentemente in mano agli uomini.

A causa del mancato raggiungimento di una normalizzazione -quella che, per intenderci, farebbe sì che, finalmente, un presidente o un primo ministro donna non costituissero più una notizia- la leadership femminile rimane in qualche misura avvolta da un’aura di eccezionalità associabile anche a una certa precarietà. Può capitare, ad esempio, che l’ascesa delle donne avvenga in circostanze straordinarie e di crisi: si pensi a Theresa May, chiamata a gestire la complicata Brexit. Paradossalmente, sono proprio gli elementi distintivi e i punti di forza convenzionalmente attribuiti alle donne -il fattore novità, la promessa di un cambiamento, la maggiore inclinazione alla consensualità nelle decisioni- che rendono le donne particolarmente adatte a prendere il potere quando situazioni complesse richiedono una svolta. In tutti i modi, comunque, crisi o meno, le leader sono ancora viste come una realtà non consueta.

Le ragioni per cui il sistema, soprattutto il processo di selezione da parte dei partiti, continua a favorire gli uomini, consentendo il permanere di una distribuzione alquanto sbilanciata delle posizioni di vertice sono molteplici. Tra queste, anche il pregiudizio che le donne abbiano maggiori difficoltà a essere elette a causa degli stereotipi di genere. In realtà, se è innegabile che atteggiamenti sessisti esistano e rendano spesso difficile la vita delle politiche, come dimostrano le molte testimonianze di donne che sono duramente attaccate sul piano personale, non è assodato che le candidature femminili debbano essere considerate per questa ragione più deboli e a rischio di venire bocciate alle urne. Analizzando il caso del Congresso e dei governatori americani il libro di Kathleen Dolan When does gender matter? suggerisce che le scelte di voto sono guidate in misura maggiore da altri fattori. Insomma, le donne non dovrebbero essere scoraggiate dal competere sulla base dell’idea di avere chance inferiori agli uomini.

Certo il caso della leadership è più complesso, l’uomo forte al comando può esercitare fascino su una parte dell’elettorato, per qualcuno l’idea di un capo supremo donna può essere ancora ostica. Ma alcuni esempi, come quello di Angela Merkel, ci hanno insegnato che un modello di leadership femminile può risultare in realtà molto efficace, se è vero che la cancelliera tedesca ha vinto quattro elezioni di seguito in una fase storica nella quale vi sono presidenti e primi ministri, spesso uomini, che ‘si consumano’ velocemente e perdono in fretta il loro consenso. Certo non è il genere che da solo può fare un buon leader; ma vale la pena di chiedersi se “lo stile femminile”, magari esercitato in qualche misura anche dagli uomini, non possa diventare sempre più una risorsa preziosa nell’attuale scenario di crisi dei rapporti tra cittadini e classe politica.

*Politologa, Università di Bologna

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