Etiope la prima presidente nell’Africa di mogli e concubine

Una rivoluzione, una carestia, una migrazione, un leader innovatore: l’Africa è in continuo movimento, un perenne ricominciare. Specchi, ombre cinesi, feticci… quante ne ha inventate per duplicarsi, fissarsi, resistere fuori di sé! Come si addice all’unico continente che nessuno ha mai scoperto, che non celebra nessun Colombo, Cook o Marco Polo. È sempre esistita come realtà o come leggenda. Tanto che qualcuno, senza paradosso, ha suggerito che l’Africa debba essere in realtà ancora scoperta: ma questa volta in un viaggio rovesciato che dall’esterno vada verso l’interno, in senso umano e non geografico. E gli audaci esploratori, stavolta, possono essere soltanto africani.

Allora: ecco un nome per questo ennesimo, perenne ricominciare da sé: Salhe-Work Zewde, etiope, la prima donna presidente della storia del continente inesplorato. Non a caso a capo dell’unica nazione che storicamente, salvo la brevissima tempesta del colonialismo mussoliniano, è sempre stata indipendente. Presidenza non solo simbolica: anche se i suoi poteri non sono vasti. Perché la elezione di questa ex diplomatica, notabile tra i notabili delle Nazioni Unite, è rafforzata da una silenziosa rivoluzione ad Addis Abeba: liberazione di prigionieri politici e pace con la vicina Eritrea e irrompere di altre donne in ministeri chiave del governo.

Occorre metter subito qualche argine all’istantaneo diluvio retorico dell’afro-ottimismo: le donne salveranno il continente che sanguina profusamente, correggeranno con la mansuetudine un mondo derelitto di uomini sotto una luce di smeraldo eccetera eccetera...

C’è chi è certo, Candide da terzo millennio, che saranno loro a fermare perfino l’emorragia migrante di una generazione torturata, madida dell’acqua bollente e salata dell’ansia di un destino. Già. Quante volte l’Africa ha rifatto per l’ennesima volta i suoi conti con il niente? Gira e rigira, dalle indipendenze, ha pestato l’acqua nel mortaio?

Il rapporto tra le donne africane e il potere infatti è antico e ahimè, saldo. Ma finora si esercitava, spesso in modo totale e spietato, dietro le viscose quinte delle cariche e delle istituzioni. Sono le compagne le mogli le concubine e le cortigiane di padri della patria diventati incubi, capi di stato, dittatori: implacabili corrotti e sanguinari. Ma dietro il protocollo tutto maschile erano queste donne carnivore a imbastire l’ordito di grotteschi culti della personalità dei padri del popolo, a organizzare shopping da lotofagi nella povertà delle plebi, a ratificare l’ethos della faida. Portavano sulla fronte i massacri come un diadema. Invocando spesso pulsioni religiose cristiane come un millantato credito. Purtroppo senza note a piè di pagina certe donne non si capiscono.

Adesso qualche nome che lascia di sasso. Per non dimenticare i contorni feroci del loro Potere. Grace Mugabe soprannominata dai suoi sventurati sudditi ‘’Disgrace’’, quarant’anni meno del marito, e un gusto per il lusso di Parigi e Londra che sfiora il sublime. Mentre il suo popolo moriva letteralmente di fame replicava a chi gli chiedeva conto delle migliaia di dollari spesi per le scarpe marca Ferragamo: ho piedini molti piccoli e delicati, posso calzare solo quella marca... ‘’.

E che dite di Simone Gbagbo, première dame della Costa d’Avorio? Altra stoffa, forse peggiore: pasionaria del Potere con venature mistiche ispirate dalle chiese evangeliche americane, ha manovrato all’inizio del duemila solerti squadroni della morte contro ribelli e dissidenti. Forse pagherà davanti alla poco solerte giustizia internazionale. E ancora Agathe Habyarimana, ombra tutt’altro che pallida dietro i ben udibili sussulti del genocidio ruandese. E Janet Museweni, moglie del presidente-padrone dell’Uganda, devotissima anche lei al fondamentalismo teologico dei culti evangelici in cui trova la sanzione divina per una immensa fortuna fitta di società telefoniche alberghi banche compagnie aeree. E tra le signore del nord africa come dimenticare ‘’la parrucchiera di Cartagine’’, la moglie di Ben Alì, vero personaggio shakesperiano per avidità. E Lady Mubarak, che ha assassinato, in nome di squinternate (e corrotte) ambizioni moderniste, lo splendore antico del Cairo?

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