Diritti disumani

Refat e Fabrizio, Idlib e Crotone: destini incrociati, diritti negati

A millecinquecento chilometri di distanza l’uno dall’altro camminavano per strada Refat Dakka e Fabrizio De Leo. Entrambi percorrevano una via stretta, in pieno sole, non troppo centrale. A guardarli, potevano sembrare due tipi sicuri di sé, due ragazzi che sapevano bene da che parte andare. Ma forse era solo la faccia che certe volte devi metterti addosso quando hai paura. Ora, è chiaro: provare a parlare con qualcuno che cammina così, con quel tipo di espressione per di più, è sempre un azzardo. Invece entrambi avevano voglia di fermarsi.

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Rafat Dakka stava davanti a una saracinesca chiusa fra la capitaneria di porto e la strada principale di Mitilene, la città più grande dell’isola di Lesbo nella Grecia nord orientale. Era l’estate del 2015. L’estate del Grande Esodo. Quando più di un milione di profughi riuscirono ad arrivare in Europa. E lui, fra quelli, si confondeva nel brulicare di vita con migliaia di altre persone accampate ovunque, sui cartoni e nel parcheggio centrale al posto delle auto, sulle aiuole davanti al Municipio, lungo i marciapiedi e persino in curva sul ciglio della strada. Quelli che non dormivano, sembravano tutti indaffarati. Stanchi. Spersi. E anche felici. Felici di essere lì. È stato allora che Refat Dakka, con quella faccia da piccolo pugile buono, ha iniziato a raccontare: «Ho 16 anni. Sono nato a Idlib, in Siria. Mio padre è un maestro di karatè. Di mattina studiavo, di pomeriggio lo aiutavo in palestra. Ho deciso di partire quando ho capito che ogni volta che salutavo i miei genitori avevo paura che fosse l’ultima. La guerra è così. Le bombe colpiscono a caso».

Il siriano

sono in Germania: fa freddo, ma va bene. non ho una ragazza, ma va

bene. il tedesco è difficile, ma va bene

Fabrizio De Leo, invece, scendeva a piedi verso piazza Berlinguer, dove ci sono dieci palme ingiallite e i tavolini del Bar Florida, uno dei più affollati sul lungomare di Crotone in Italia. Tutti entravano per bere un caffè a metà pomeriggio, tranne lui: «Mi fa sentire a disagio questo posto. Perché ti giudicano soltanto per quello che hai. E io non ho niente. Né un lavoro, né dei soldi, né i vestiti giusti». A 24 anni, con in mano una copia sgualcita di «Se questo è un uomo» presa in prestito alla biblioteca municipale, Fabrizio ha incominciato a raccontare i suoi tentativi: «Barista. Taglialegna. Raccoglitore di olive. Commesso in libreria. Impiegato al call-center. Trascrittore. Traslocatore. Decoratore. Ho fatto anche consegne a domicilio nascosto dentro un furgone, per aiutare un amico che non riusciva a sbrigare da solo tutto il lavoro». Era stato anche a Roma come impiegato per una web-radio fallita nel giro di tre mesi, a raccogliere pubblicità porta a porta. Poi era stato a Londra come sguattero e cameriere, in un ristorante non lontano da Buckingham Palace. Ma ovunque fosse andato aveva trovato la stesso identico niente. «Ho lavorato sempre in nero, tranne che in Inghilterra. Non ho mai intravisto una prospettiva. Mai una volta che mi sia sentito libero di poter dire a me stesso: “Ok, sarà faticoso, ma mi fermo qui“. A Londra dormivo senza cuscino. Spesso mi addormentavo con i vestiti bagnati. Certe sere mangiavo afferrando gli avanzi dai piatti dei clienti. Sono tornato per sfinimento. E adesso vivo nel posto dove non c’è futuro». Fabrizio De Leo avrebbe voluto studiare Lettere all’Università della Calabria: «Ma mio padre ha perso l’ultimo lavoro alla concessionaria proprio quell’estate. E allora ho capito che anche pagare il treno per andare a lezione sarebbe stato proibitivo».

Dopo mezz’ora di racconti, Refat Dakka ha domandato se potesse usare il telefono per chiamare la sua famiglia in Siria. Voleva dirgli che era arrivato. «Sto bene» continuava a ripetere. «Sto bene». E sentivi la madre piangere fortissimo dall’altro capo del mondo, mentre lui parlava con la voce da uomo e la faccia da ragazzo. Arrivare a Lesbo non era stato facile. Sette tentativi dalla Turchia. Botte dai poliziotti. Gommoni affondati. Nuotate di chilometri, al buio, nel mare di notte. Soldi pagati a trafficanti criminali. Fregature. Umiliazioni. «Una volta i poliziotti mi hanno costretto a bere l’acqua del water», ha detto pieno di vergogna per quello che considerava forse il momento peggiore di tutto il suo viaggio. Almeno fino a quel momento. «Ma adesso sono qui. Andrò in Germania. Troverò il modo di far arrivare la mia famiglia».

Il siriano

sono in Germania: fa freddo, ma va bene. non ho una ragazza, ma va bene. il tedesco è difficile, ma va bene

Anche Fabrizio De Leo parlava con amore di suo padre. Un tempo lavorava come proiezionista alla Sala Raimondi, il cinema più bello di Crotone. «Mio padre scrive canzoni alla chitarra. Mio padre mi ha trasmesso l’amore per i libri. Mio padre è disoccupato. Vogliono pignorare casa nostra. Certe volte per cena c’è solo pane». Crotone è la capitale europea dei Neet, un acronimo inglese che significa «Not engaged in education, employment or training». Ragazzi senza studio né lavoro. Senza diritti. Senza.

Non fanno niente, apparentemente. L’Italia, con il 29%, ha il record europeo dei Neet. E Crotone ne è la città simbolo. Fabrizio De Leo, giorno dopo giorno, ha dovuto rendersene conto: «Qui non c’è alcuna prospettiva. Se riesci a guadagnare 500 euro in qualche modo sei considerato un re. Ma io non ci riesco». A Crotone quel poco che c’è se l’è preso quasi tutto la ’ndrangheta.

Refat Dakka aveva perso anche i suoi documenti nell’ultimo naufragio, e il cellulare, i soldi, i vestiti. Ma aveva chiesto in prestito un paio di jeans e una magliette bucata a un amico partito da Aleppo, e sapeva che doveva continuare ad andare. Parlava come un soldato: «Devo arrivare in Germania perché mi hanno detto che il posto che accoglie meglio i rifugiati. Attraverserò Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria. Ci metterò due mesi. Ho guardato la mappa. La Germania è il Paese dove puoi studiare e hai più diritti. Devo andare in Germania perché è più sicuro per i siriani». Un pomeriggio, due anni dopo, l’ho rivisto a Norimberga fra le casette di legno del mercatino di Natale. C’era odore di vino speziato caldo e di frittelle zuccherate. Refat aveva sempre la stessa faccia da piccolo pugile, il naso grosso, i capelli più lunghi. Aveva perso un po’ di entusiasmo. «Fa freddo, ma va bene. Mi manca la mia famiglia, ma va bene. Non ho una ragazza, il tedesco è difficile, ma va bene». Era sempre sulla strada che aveva immaginato per sé, anche se si era rivelata una strada diversa, più lunga e senza sole.

Fabrizio, invece, dopo le delusioni di Roma e Londra, era tornato al punto di partenza. Di nuovo a Crotone. «Mi sento perduto. Non riesco a togliermi da qui. Il tempo sta passando. Le ho tentate tutte. All’ennesima porta in faccia, ho pensato che avrei potuto almeno riaprire il vecchio cinema Raimondi, quello dove lavorava mio padre. L’idea era di fare qualche proiezione per i ragazzi delle scuole. La Caritas era d’accordo. Mi avrebbero anche aiutato. Non era un lavoro vero e proprio, ma almeno occupavo il tempo per non sentirmi inutile». E poi, cosa è successo? «Il progetto è fallito sul nascere. Mancanza di soldi. Mancanza di utenti. Qui manca sempre tutto».

Erano due ragazzi. Un italiano e un siriano. Camminavano lontani, ma parlavano quasi la stessa lingua. Andavano a cercare un posto dove poter studiare, crescere, avere un lavoro, una casa, dei baci, qualche amore, magari una famiglia. Nient’altro che questo: un po’ di futuro. Refat Dakka e Fabrizio De Leo camminavano su quella strada. E non hanno ancora smesso.


[Numero: 152]