Diritti disumani

Ragazzi insensibili? No, ma vogliono stare fuori dai conflitti

Stefania Andreoli, psicologa, psicoterapeuta e analista lavora da anni con gli adolescenti, e ha letto la “Dichiarazione Universale dei diritti umani” proprio con gli occhi dei più giovani.

È un testo che i ragazzi possono riconoscere come ancora attuale?

Sì, è un testo attuale e di cui possono riconoscere il bisogno e la necessità. Può essere distante ad una prima lettura, per questo va presentato. E la situazione ideale è quella del gruppo: un “circle time” in cui confrontarsi con i principi, ma dove qualcuno accende la miccia, attiva l’approfondimento. L’adolescente è idealista per definizione: poi la sfida è vedere come se la giocano nel quotidiano, nell’affascinante ma terribile incontro con l’altro.

Che idea hanno di umanità gli adolescenti?

La Carta ruota attorno ad una certa idea di umanità, di cui oggi non hanno consapevolezza né i ragazzi e né molti adulti. La fatica è di mantenersi tutti uguali nella dignità, preservando con rispetto le differenze: oggi credo che la sfida realisticamente sia questa, in una epoca in cui non conosciamo l’altro perché non conosciamo noi stessi. Tra i tratti specifici dell’adolescenza infatti c’è la costruzione di una bozza di identità, che ai giorni nostri si fa spinosissima: chi diventi, quando ti crescono all’insegna dell’inganno di poter diventare chiunque? E a questo prezzo chi rischia di essere l’altro, se non un competitore? Sono domande mandano in confusione.

La Carta non sembra distante anni luce dalla loro quotidianità?

Il testo parla di “famiglia umana”: è l’espressione più bella che usa. Contiene il particolare e l’universale, ma si tratta di un altro concetto difficile per i “nostri” ragazzi, dalle famiglie sempre più sole, isolate e parcellizzate, poco inclini a trasmettere un’idea di apertura e comunità. Come fai a costruire fratellanza, se gli adolescenti di oggi non hanno nemmeno più il migliore amico? La dichiarazione chiama fortemente in causa anche i doveri! Altro concetto astruso, oggi, per i nostri figli cresciuti convinti di essere giusti e nel giusto, oggetto di diritto ma non soggetti di dovere.

I grandi conflitti, anche quelli vicini nel tempo, come per esempio la guerra nella ex Jugoslavia, sembrano non toccare nessuna corda emotiva: sono disinteressati o assuefatti?

È più probabile la seconda. Siamo bombardati da notizie pessime, dove si fa spettacolo su tutto e abbiamo una guardia molto bassa rispetto alla soglia di paura, di all’erta. Non a caso le nuove generazioni soffrono esageratamente di attacchi di panico: vivono sottopelle una inquietudine continua. Non hanno visto la guerra, non la conoscono se non dalla tv e da Internet, e anche quando è dietro casa non la studiano a scuola. Hanno però attivi dei meccanismi di difesa: non sono insensibili o disinteressati, ma hanno un atteggiamento tiepido. Cercando di rimanerci fuori, come se fosse una sorta di protezione.

Il lavoro, in prospettiva, lo vivono come un diritto?

Sì, lo vivono come un qualcosa che spetta loro. E il contesto che respirano, e che subiscono, li porta ad essere molto arrabbiati su questo argomento. A volte è vera indignazione, che si porta con se impegno e sforzi per cambiare le cose. Altre volte, spinti un po’ dalle consuetudini o dalla mancanza di possibilità o stimoli, diventa un alibi per stare fermi, fare meno, non muoversi e non trasformarsi.

I diritti si possono insegnare?

Speriamo, sarebbe disperante il contrario. È però che certe cose o ce le hai in te o non te le mette dentro nessuno. È indispensabile l’educazione e la promozione, ma quello che fa la differenza è il terreno fertile da concimare giorno per giorno. Dipende quello che sei, la tua storia, le tue relazioni e i tuoi modelli: fattori che costruiscono il tuo sguardo limpido. In mancanza di questo è una strada in salita, tortuosa e faticosa. Il rispetto dei diritti coincide con come tu concepisci la dignità del rispetto umano.


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