Diritti disumani

Per i diritti è sempre un autunno arabo

Quando nell’autunno del 2011 i giurati di Oslo assegnarono il Nobel della Pace a un trio di giovani politiche tra cui la giornalista yemenita Tawakkol Karman, icona della piazza ribelle di Sana’a, l’anno delle Primavere arabe raggiunse lo zenit: il Medioriente si metteva in marcia verso la modernità, le donne in prima linea. Sono passati sette anni e il Mediterraneo sembra essersi richiuso. Non è solo lo Yemen, martoriato da una guerra tanto sanguinaria quanto dimenticata: dall’Egitto del nuovo regime militare alla Siria riconquistata da Assad fino alla Libia in mano alle milizie, nubi gravi si addensano sulla regione e l’orizzonte dei diritti umani appare lontano.

C’è la Tunisia, certo, l’unico dei Paesi arabi spazzati dal vento della protesta ad aver proseguito sulla strada intrapresa con il libero voto. La cartina di tornasole di quel percorso è proprio la condizione femminile. Negli ultimi mesi, spinte dall’endorsment del presidente Essebsi, che l’8 marzo aveva enfatizzato la parità dei sessi sancita dalla Costituzione del 2014, le tunisine hanno segnato più di un punto: prima l’elezione della sindaca pioniera di Tunisi Souad Abderrahim, poi a settembre la cancellazione del divieto di sposare un non musulmano, infine la proposta di legge sull’eguaglianza di genere di fronte all’eredità, un tabù inviolabile per la società musulmana che approda ora in Parlamento.

Le resistenze alla lunga marcia delle tunisine travalicano i confini nazionali. L’anatema più altisonante contro la revisione delle regole di successione si è levato dai sapienti di al Azhar, il Vaticano sunnita, trincerati dietro la Sharia affinché il contagio non lambisca mogli, figlie e sorelle. Sì, perché le egiziane sono consapevoli della marginalità in cui rischiano di essere ricacciate. Uno dei risultati innegabili di piazza Tahrir è stato la rottura del silenzio da parte di un popolo tradizionalmente così inerme da essere identificato fino al 2011 come “hizb al-diwan”, il partito del divano. Gli uomini ma soprattutto le donne che, vittime quotidiane di violenze (oltre il 95% ammette di essere stata molestata almeno una volta ma solo il 7% riferisce alla polizia), hanno cominciato a denunciare.

È una guerra di posizione quella per i diritti nella sponda sud del Mediterraneo, metro dopo metro. Da alcune settimane il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury tiene un blog in cui racconta la vita dura di blogger e giornaliste libiche, bersaglio incrociato di jihadisti, milizie, nostalgici del vecchio regime e custodi di una ortodossia islamica messa all’indice come “femminicida” dallo scrittore franco-algerino Kamel Daoud, accusato per questo di apostasia dagli ulema e di islamofobia da una parte dell’intellighenzia francese.

«Guardiamo tutte alla Tunisia» ammette una giovane avvocatessa siriana esule a Dubai dopo la deriva rovinosa di quella che chiama ancora “la rivoluzione” contro Assad. Le sue connazionali hanno pagato e pagano un prezzo altissimo alla dissoluzione del Paese subentrata alle prime proteste pacifiche contro Damasco e oggi in balia dei terroristi o del regime. L’ultimo rapporto della ong siriana Lawyers and Doctors for Human Rights parla di 7571 donne detenute nel Paese, umiliate, abusate, torturate.

La strada, è tracciata: ma i passi indietro accompagnano le fughe in avanti. Come in Arabia Saudita, dove l’estate scorsa re Salman ha autorizzato le donne a guidare ma resistono il divieto di aprire un conto in banca, la disparità giuridica, l’obbligo di un tutor maschile perfino dal medico. E mentre le prime automobiliste si mettevano in strada a Riad le loro paladine, a partire da Loujain al Hathloul, finivano in carcere. L’emblema di questa contraddizione è il principe Mohammed bin Salman, anima della ambiziosa Vision 2030 balzato alle cronache per il feroce omicidio del dissidente Khashoggi. Ma le uniche manifestazioni contro di lui sono state a Tunisi, donne in testa.


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