Diritti disumani

Ma tu hai la pelle bianca non sei una migrante

Parlare di migranti, ma soprattutto parlare con i migranti. La giovane psicologa Alma Ospina, 29 anni, dal 2014 lavora a Mantova in un centro di accoglienza straordinaria. Incontra quotidianamente i richiedenti asilo, soprattutto giovani provenienti dall’Africa Occidentale. È anche una delle animatrici del gruppo interdisciplinare Onere della Conoscenza, che organizza corsi di formazione per avvocati e operatori sociali assieme al Comune, lo Sprar, la fondazione Villa Emma di Nonantola. Migrante e globe-trotter anche lei, in quanto nata in Colombia, approdata in Spagna, corsi di studio in Francia, e ora lavoro in Italia. Eppure vive in prima persona quanto variegato sia il mondo delle migrazioni. «Spesso, quando io mi propongo come esempio di migrante che si è integrata in questo vostro Paese, i giovani africani mi guardano stupita e mi dicono: Ma tu hai un passaporto e hai la pelle bianca! Tu non sei una migrante».

Già, a parlare con loro, i richiedenti, si scopre presto che ci sono quelli di serie A, serie B, serie C, e via discendendo. Eppure quel che i richiedenti asilo dicono in faccia alla giovane Alma è verissimo. Il problema è tutto qui: come far convivere situazioni tanto diverse. La Carta dei diritti dell’uomo richiama a diritti universali. Ma poi c’è il particolare. «E io - dice Ospina - rivendico proprio questo diritto che nessuno proclama, ma dovrebbe venire prima di tutto: il diritto a essere considerato un essere umano con la propria storia e la propria vita, non uno stereotipo».

Lei, Ospina, che tutti i giorni incontra qualcuno di questi richiedenti, che cosa sente dalle loro parole?

«Lamentano di essere marginalizzate come persone. Il mancato riconoscimento di diritti ha forti implicazioni su un piano pratico, ma anche psicologico. Sentono di essere vivi, ma dimezzati. Emerge una grande sofferenza. Ancor di più ora, con le politiche di questo governo. Quando spieghiamo le nuove leggi, capiscono tutti che sono sospinti verso la marginalità. Sono spaventati. C’è chi dice: vorrei tanto parlare con Salvini, fargli capire che senza documenti siamo esseri umani a metà».

Episodi di razzismo strisciante?

«Tanti. Raccontano che se non c’è un bianco alla fermata, l’autobus non si ferma. Se vanno in un ufficio pubblico da soli, senza un mediatore, è come se fossero invisibili. Se entrano in un negozio, li guardano fissi. Fino a qualche anno fa era diverso. Certe persone ora si sentono legittimate al razzismo».

Che cosa si aspettavano arrivando?

«Ecco, già questa domanda pone un problema. Il primo parametro da capire è che i richiedenti sono un gruppo assolutamente eterogeneo come progettualità, come percorso di vita, come paesi di origine. Sono milioni di mondi. E noi dobbiamo favorire un diritto alla individualità. Poi, certo, in comune hanno la aspirazione a una vita migliore».

Probabilmente nessuno di loro ha nemmeno mai sentito che esiste una Dichiarazione che dice “Tutti gli esseri umani nascono liberi e eguali in dignità e diritti”. O no?

«Ovvio. Dopo aver attraversato la Libia, e vissuto l’inferno in terra, sentono di avere diritto innanzitutto a un posto sicuro. I loro racconti sono orribili. “In Libia ti uccidono come se fossi un insetto”. Quando poi si rinfrancano e capiscono che qui la sopravvivenza è garantita, le aspettative crescono. È normale. In psicologia è un processo ben studiato. Superato lo stress, cambia la visione. E a quel punto, un letto e un pranzo non bastano più. “Non vivo per mangiare”, dicono in tanti. Ecco perchè molti scappano dai centri. Preferiscono lavorare nelle campagne a salari ridicoli piuttosto che guardare il muro. Hanno voglia di riflettere sulla loro nuova vita, su come aiutare chi è rimasto a casa, come ricostruirsi il futuro. Sono una miniera di energie. Tanti ragazzi ce la fanno a integrarsi, con studio e lavoro, ma non tutti. Non mi sogno di dire che sono tutti angeli. Ci sono quelli che sfruttano il sistema. E i disadattati. Chiaro però che questa nuova legge va nel senso opposto. E comunque è un processo iniziato già un anno fa, quando eliminarono l’appello a chi faceva ricorso in tribunale. La spinta è verso l’emarginazione, non l’integrazione».

Questi giovani, insomma, si sentono cittadini del mondo. E invece quando arrivano qui capiscono che è solo un bello slogan.

«Ne restano sconvolti. Entrano intanto in un tunnel burocratico che li schiaccia. Ora poi che non verranno rinnovati i permessi di asilo umanitario, non sanno più come fare. Saranno in uno stato di enorme vulnerabilità. Si rendono conto che l’effetto è di un serpente che si morde la coda: senza documenti in regola non possono avere nemmeno più i contratti a tempo, di 3 o 4 mesi, che sono la regola; ma senza contratto, non possono avere i documenti. Nei sogni di questo governo, li dovrebbero cacciare tutti. Ma chi? Dove? Come? I ragazzi del Mali o del Senegal mi raccontano che da loro non esiste la anagrafe, non sono registrati da nessuna parte, figurarsi avere un passaporto. Sì, la Dichiarazione universale promette uguali diritti a tutti. Ma se nel Paese dove nasci non c’è nulla, nemmeno una parvenza di Stato, questi diritti come si articolano? Finirà che saranno impossibili anche le espulsioni. Gli italiani devono capire che questi ragazzi ormai sono qui e qui resteranno. Magari uno andrà in Francia, un altro in Germania, ma anche il contrario. E non posso credere che le istituzioni non lo abbiano capito. Penso piuttosto che faccia comodo avere una massa di manovra che lavora nei campi per 3 euro e tiene bassi i prezzi dei meloni o dell’uva, rendendo competitiva l’agricoltura italiana. E lo stesso per il turismo».

Intanto in Italia, a tutti i livelli, sta dilagando una forte insofferenza, quando non è peggio, verso gli stranieri.

«Lo vedo anche io, ma mi sembra incredibile. Gli italiani stanno cadendo in una sorta di paranoia sociale. Non c’è tutto questo crollo, ad esempio il welfare è ancora fortissimo, la sicurezza da voi c’è, e me lo lasci dire a me che vengo dalla Colombia e so che cosa significa il coprifuoco dopo una certa ora, eppure tutti hanno la convinzione che sia una catastrofe. Non voglio sembrare berlusconiana, ma è vero che i ristoranti sono sempre pieni. Forse, comparando le prospettive dei loro genitori nei mitici anni Settanta e Ottanta, i giovani sentono che il futuro è diverso. Ma attenzione a non annegare in un bicchiere d’acqua».

Gli italiani devono capire che

questi ragazzi ormai sono qui

e qui resteranno.

magari uno andrà in Francia,

un altro in Germania,

ma anche il contrario.

non sono tutti angeli. c’è chi

sfrutta il sistema. ma sono

una miniera di energie. e Tanti

ce la fanno, con studio e lavoro


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