Diritti disumani

La Dichiarazione va custodita perché la memoria sta scappando

Il 70° anniversario della Dichiarazione Universale cade in un’epoca dove i diritti umani continuano a essere violati, a ogni latitudine. Non è una novità, purtroppo. La novità, semmai, è che gli strumenti di protezione, così faticosamente conquistati, sono per la prima volta delegittimati da coloro i quali dovrebbero invece esserne i custodi. Anche in Europa, dove crescono diseguaglianze e intolleranze varie, e dove molti governanti pensano di poter decidere loro quali gruppi sociali siano meritevoli di vedere i loro diritti riconosciuti e quali no, come se i diritti umani non fossero più universali.

C’è da chiedersi, quindi se, a distanza di 70 anni, la Dichiarazione passerebbe così com’è all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a cominciare da un’affermazione semplice, limpida, senza ambiguità come la prima frase del suo primo articolo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Passerebbe indenne sotto le forche caudine di governi sovranisti? Non mi riferisco tanto alla forma storica del suo linguaggio, quanto se la portata del suo messaggio continui a irradiarsi nel mondo perché universalmente condiviso.

Non c’è da essere ottimisti. Per un motivo principalmente, segnalato dal politologo Ivan Krastev al recente Forum sui diritti fondamentali a Vienna: i valori nei quali ci siamo identificati dal dopo-guerra in poi – vale a dire ciò che è nato sulle macerie di due Guerre mondiali e l’Olocausto – non sono più una memoria condivisa, specialmente dalle nuove generazioni. Vero è che gli storici ci dicono che la terza generazione è quella che comincia a dimenticare. Questo non spiega però come mai i ventenni di oggi hanno poca o nessuna idea di quanto sia accaduto solo qualche lustro fa nel cuore dell’Europa: la guerra nei Balcani, con i suoi crimini di guerra e la sua pulizia etnica. Provate a chiedere a ragazzi di quell’età cosa dica loro Sarajevo, Mostar o Srebrenica. Non può sorprendere, dunque, che la generazione cui la messa in discussione dei diritti umani preoccupa di più è quella degli over 60.

Strano, perché, rispetto al 1948, viviamo in un mondo più interconnesso, più integrato, più interdipendente. Più di prima, la nostra vita è condizionata da quella di altri, anche quando si trovano a migliaia di chilometri di distanza.

Non solo. In questi ultimi trent’anni, nuovi diritti si sono fatti largo, ampliando la platea e aiutandoci a capire come alcuni di essi richiedano maggior attenzione di quanto ne ricevano nella Dichiarazione: i diritti delle donne, dei minori, dei detenuti, dei disabili, oppure, non essendo ancora all’epoca neppure all’orizzonte, quelli della comunità LGBTI, delle vittime dei cambiamenti climatici, quelli legati all’accesso alle nuove tecnologie o ai fenomeni migratori, il diritto alla privacy.

Allora, dove sbagliamo? Le convenzioni internazionali sono come una rete di protezione ma con maglie troppo larghe. La codifica dei diritti fondamentali non è stata sufficiente a sancire la loro perenne inviolabilità, è vero. Ha creato, tuttavia, la cornice di riferimento e l’impulso per promuovere i diritti a casa propria, per chi volesse genuinamente farlo. Se oggi possiamo parlare di diritto al proprio orientamento sessuale, per esempio, lo possiamo dire grazie alla forza della Dichiarazione che la rende tuttora capace di proiettare la sua luce nel futuro. Non si tratta di un fallimento della Dichiarazione, quindi, ma di un processo che c’impone di riesaminare continuamente – e ciò non avviene - la definizione e gli standard che attribuiamo a ciascun diritto. In quest’ondata di populismo che rischia di spazzare via settant’anni di conquiste, è essenziale mantenere perlomeno un’interpretazione comune dei diritti umani. E la Dichiarazione ci aiuta a farlo. Per questo è ancora attuale e per questo dovremmo prendercene più cura, difendendola e sostenendola nel suo carattere storico e universale.


[Numero: 152]