Liberi cittadini in libere piazze

Tutto comincia dal tradimento della classe media

Il primo leader politico a parlare di diseguaglianze in campagna elettorale è Barack Obama, durante la battaglia per la rielezione nel 2012. La sfida riesce e il presidente afroamericano torna alla Casa Bianca, ma l’impegno contro le diseguaglianze – termine coniato per descrivere il malessere del ceto medio – non porta a elaborare ricette capaci di batterle o almeno affrontarle. Così quattro anni dopo e Hillary Clinton, candidata democratica alla Casa Bianca, a includerle nella piattaforma elettorale approvata dalla convention di Philadelphia. Sulla carta è la proposta più elaborata, colta, efficace fino a quel momento formulata in una democrazia avanzata. Ma alle urne le si rivolta contro: le vittime delle diseguaglianze le preferiscono l’avversario Donald Trump. I democratici perdono le presidenziali : sono arrivati troppo tardi.

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Ma non è un fenomeno solo americano. Investe anche la Gran Bretagna, dove consente la vittoria a sorpresa della Brexit nel referendum del 23 giugno 2016, perché le economie anglosassoni sono quelle che più sono state protagoniste della globalizzazione. E nei mesi seguenti tocca altri paesi dell’Europa continentale: gli exploit dell’estrema destra in Austria e Germania come i 10 milioni di voti

per Marine Le Pen in Francia descrivono un fenomeno che ha espressioni nazionali diverse ma una genesi comune. Il ceto medio è in rivolta. L’Italia scopre di essere un tassello di questo fenomeno nel giugno 2016, quando il risultato a sorpresa delle amministrative, con Roma e Torino espugnate dal Movimento 5 Stelle, divenuto primo partito alla Camera dei deputati alle politiche del 2013, nasce dalle periferie

impoverite, dove la carenza di lavoro, redditi e prospettive raggiunge livelli non troppo lontani dall’Italia del Sud, roccaforte grillina. Sono le avvisaglie di un’onda travolgente di scontento che si abbatte sull’establishment di Roma, trovando l’occasione del referendum costituzionale voluto dal premier Matteo Renzi. L’intenzione del governo è migliorare il funzionamento delle istituzioni repubblicane, ma e il messaggio giusto nel momento sbagliato, perché non tiene conto dell’umore popolare: chi non ha lavoro, non ha soldi per andare in vacanza o fare singoli acquisti per una cifra minima non ha tempo di dedicarsi alle riforme istituzionali. Vuole tornare a sperare in un futuro migliore e dunque si affida al “no” per far capire al governo e ai partiti tradizionali che l’agenda deve essere tutt’altra. Ma, come sempre avviene in tempi rivoluzionari, il potere politico non comprende il messaggio recapitato dai cittadini.

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Sulla base dei dati del 2016, il 46,1 per cento delle famiglie italiane non può permettersi una settimana di ferie, il 14,6 per cento non può mangiare carne o pesce (o equivalenti vegetariani) ogni due giorni, il 16,5 per cento non può riscaldare adeguatamente la casa, 14.753.000 italiani non sono andati in vacanza (fuori dal proprio comune di residenza) per motivi economici, circa il 70 per cento delle famiglie non riesce a risparmiare, quasi il 42 per cento non riesce a far fronte a spese impreviste superiori agli 800 euro. Nel complesso e il 32,4 per cento delle famiglie che arriva a fine mese con difficoltà: un terzo del paese, al cui interno vi sono situazioni drammatiche, con il 6,5 per cento delle famiglie che afferma di non potersi permettere occasionalmente spese per cibo, l’8,8 per malattie, l’11 per vestiti, il 3,1 per la scuola, il 6,2 per i trasporti e il 9,2 per le tasse: la radiografia di uno scontento che non è ideologico.

E che si indirizza verso chiunque esprima – anche solo a parole – la volontà di proteggere i nuovi poveri. Il sostegno per i 5 Stelle e la Lega cresce grazie a questo fenomeno nell’assordante silenzio di una classe politica tradizionale. Con due sole eccezioni: il capo dello stato, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che in un numero limitato di occasioni pubbliche pronunciano il termine “diseguaglianze” e si rivolgono a chi ne soffre.

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Se il ceto medio si sente “dimenticato” perché non più capace di crescere, produrre e costruire un futuro migliore per i figli, ciò di cui ha bisogno è una ricetta di giustizia economica, in grado di far coincidere crescita della prosperità, welfare e giustizia sociale. Se il ceto medio si sente aggredito dalle migrazioni di massa, serve un piano per integrare i migranti che riproponga nel nostro paese il patto sociale che distingue le grandi democrazie industriali anglosassoni – tutte costruite da migranti –, ovvero lo scambio fra parità di diritti e assoluto rispetto della legge. Se il ceto medio si sente bersagliato dalla corruzione che permea ogni angolo della vita quotidiana, serve un sistema di amministrazione trasparente perché basato sul rispetto dei singoli in quanto cittadini. Sono tre passaggi destinati a chiedere grandi risorse: intellettuali nella progettazione, politiche nella legiferazione, economiche nella realizzazione. Non è un cammino facile né rapido, in ragione degli ostacoli, strutturali e ideologici, che si trova a dover superare. Ma è una scommessa che, una volta vinta, può accrescere il rispetto dei diritti di ogni cittadino a prosperità, sicurezza e trasparenza – rafforzando lo stato di diritto nel nostro paese e contribuendo a rendere più sicura l’Europa.


[Numero: 151]