Liberi cittadini in libere piazze

Sento energia a Torino: ora un progetto visionario

Ingegner Castellani, lei c’era in piazza Castello?

“C’ero, c’ero e sono anche andato a salutare le signore sul camion”.

E cosa l’ha colpita di più?

“Un pacato senso di entusiasmo, gioia, una carica positiva: non era una piazza contro, ma era una piazza per. In questi tempi è raro. Non ho sentito una parola sgradevole, non è stato dato del cialtrone a nessuno. Molto educata, molto torinese, con quel garbo talvolta discutibile. Ma era davvero era piazza civica che esprimeva passione civile per la città del futuro”.

E quando è tornato a casa che cosa ha pensato?

“Mi è rimasta la sensazione che la politica, nel senso nobile del termine, ha bisogno di struttura, progettualità, visione. Oggi è come se disponessimo di una quantità di combustibile, ma abbiamo bisogno di accendere un motore su un progetto visionario. Non nascondiamoci dietro le ipocrisie, adesso c’è bisogno di una leadership, qualcuno che abbia l’autorevolezza per guidare la mobilitazione senza strumentalizzarla”.

Si aspettava tanta gente?

“Francamente no e sono rimasto sorpreso. Ho il privilegio (o la maledizione) di essere conosciuto e molti mi hanno fermato e salutato, ho visto persone che normalmente stanno a casa e professionisti che non escono dai loro studi. Se vogliamo trovare un elemento negativo, non so quanta gente c’era invece dell’altra Torino, delle periferie in difficoltà. Stiamo attenti all’inclusione di tutti, non deve diventare una cosa di classe o di una parte”.

Però in piazza Castello si è manifestata quella che si chiamava “maggioranza silenziosa” e si è fatto il paragone - sbagliato - con la marcia dei quarantamila del 1980: quella era un funerale, questa è stata una festa.

“Esatto. A me non piace la definizione di maggioranza silenziosa, sembra una massa informe senza progettualità. In piazza Castello c’era passione. Con un altro limite: l’inevitabile polarizzazione sulla Tav, che non deve diventare una tifoseria pro e contro un’opera fondamentale. Il tema include questo, ma è più grande. Se dovessi dare un titolo, direi Torino in Europa. Aperta, collegata. La Tav è un collegamento fisico ma anche una connessione con un’idea di Europa che va molto più in là di una linea ferroviaria”.

C’è bisogno di uno sguardo lungo, chi ha fatto il Fréjus credeva nel progresso e nel futuro, adesso è più difficile.

“Le crisi chiedono uno sguardo lungo, quando si è in difficoltà bisogna avere il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo.

Nel 1993 quando noi cominciammo a lavorare con l’Alleanza per Torino la città era in una condizione di depressione psicologica, in quel momento ci siamo dati il progetto di rendere plurale la città con cultura e turismo, senza rinnegare la manifattura. Ma non è stato facile né immediato: ci abbiamo messo anni”.

Chi remava contro?

“C’erano due partiti: uno maggioritario che guardava al modello del passato, la manifattura, l’industria e le filiere collegate. Gran parte del sindacato e gli imprenditori. Ricordo molto bene la prima volta che andai a un’assemblea elettorale all’Unione industriale, salone pieno, eravamo i quattro candidati del primo turno: Zanetti, Comino, Novelli e io. Uno degli slogan della mia campagna era “non solo Fiat”, e il mio discorso in sintesi era: sono orgoglioso della storia di questa città, ma adesso non basta più. Ottenni una bordata di fischi. Mi sembrava strano non capissero che erano attaccati una zattera che stava affondando”.

E lei al primo turno prese appena il 20 per cento, ma al ballottaggio con Novelli poi vinse. Dunque alla fine una maggioranza anche risicata si era formata. E com’è andata?

“Il nostro era un partito minoritario ma che guardava avanti a costruire alternative, con attività nuove e diverse. I primi anni furono faticosissimi, e nel ’97 rischiai di nuovo di perdere al ballottaggio, ma quando si sta incubando un innovazione bisogna sapere resistere e andare avanti. Elemento di svolta fu il piano strategico, e prima ancora il forum per lo sviluppo che doveva promuovere l’immagine di Torino. L’avevo copiato da Barcellona dove avevo incontrato il sindaco catalano Pasqual Maragall che poi divenne un grande amico, non solo un modello politico. Quando si cominciò a lavorare sui progetti, la gente ha iniziato a capire, le élites dei portatori di interesse si sono mosse, abbiamo progettato il Museo del cinema e via via. Ma attenzione, stiamo parlando di una generazione, un arco di tempo di quindici-vent’anni, bisogna avere lo sguardo e mantenere la rotta”.

È stato allora che avete progettato le Olimpiadi?

“Nessuno di noi nel ’93-94 pensava alle Olimpiadi a Torino, ma io penso che se uno ha un obbiettivo è in grado di cogliere le occasioni. Nel ’97 ci furono i campionati del mondo di sci a Sestriere, venne anche Prodi che, tra l’altro, fu pure fischiato. Ma subito dopo un po’ di persone vennero a propormi le Olimpiadi. Era un’idea che stava nel nostro programma di dare una prospettiva non solo Fiat a Torino. Andai dall’avvocato Agnelli che rispose subito: è una strepitosa idea. Aveva capito che era anche l’occasione per disaccoppiare i destini della città da quelli dell’azienda. E lo disse a modo suo: le Olimpiadi faranno bene a Torino e alla Fiat”.

Ma poi perché questo processo virtuoso si è interrotto e ora la città sembra precipitata nel declino?

“La crisi, ha colto la transizione, quella degli anni 90 era una crisi modello Torino, profonda ma locale mentre il resto del mondo intorno aveva ancora molte risorse, un buco nero in un contesto vivo. Nel 2009 invece, quando Torino era in una fase espansiva e stava cambiando pelle, il mondo intorno è diventato un buco nero, abbiamo cominciato a perdere reddito e si sono divaricate le diseguaglianze. Nelle elezioni si sono manifestate due città, quella che avevamo costruito noi e una parte che era rimasta molto indietro. Su questa realtà sociale si è innestata la protesta, la rabbia, la domanda di welfare”.

Secondo lei quanti di quelli che erano in piazza Castello avevano votato 5 Stelle?

“Parecchi, nelle periferie è stata espressa una vera sofferenza sociale, nell’altra il voto è stato contro Fassino e cioè contro una città che si era cristallizzata intorno meccanismi autoreferenziali. Penso alla generazione dei quarantenni, a quelli nella piena maturità civile in questi anni e che erano disponibili a impegnarsi ma non hanno trovato spazi per esprimersi dovendo sottostare ai capetti di partito. E invece ci sono dei momenti in cui bisogna contaminare il ceto politico con una dose di sano civismo”.

Dopo Tangentopoli si è fatta molta retorica sulla società civile, poi la politica ha ripreso il sopravvento.

“Io non sono contro la politica, in quegli anni la società civile ha fatto supplenza. Poi i partiti si sono riconsolidati. Ma ci sono dei periodi in cui è opportuno che una buona dose di civismo vada a contaminare la politica, è utile la saldatura tra movimento civico e politica. E il civismo non è apolitico, io penso che destra e sinistra (in senso nobile, per entrambe) continuino ad esistere. Una società senza intermediazioni come quella che descrive Bauman rischia una deriva pericolosissima, la democrazia diretta in rete è un’illusione”.

Rispetto alla grande crisi delle democrazie, cosa ci dice la manifestazione di Torino?

“Nelle realtà locali è più facile ricostruire meccanismi democratici e di partecipazione. A Torino il rapporto interpersonale è ancora possibile, ci sono esempi di democrazia partecipativa che funziona in sistemi a democrazia rappresentativa. Se si riuscirà a contaminare con questo civismo il mondo della politica professionale, costruire un’alleanza seria su un progetto di medio lungo periodo, allora Torino si darà una prospettiva. Sono fiducioso, sento energia”.


[Numero: 151]