Liberi cittadini in libere piazze

Ma per cortesia, signore mie non lasciatevi chiamare “madamin”

Meno male che c’è stato. Con tutti i suoi difetti, le imprudenze e quel tanto che c’è ancora da fare, benedetto sia per sempre il femminismo.

Ci sono però momenti della vita in cui viene da pensare che si stava meglio quando si stava peggio. Nostalgia canaglia. Non capita spesso, ma ogni tanto succede. Ad esempio, pensando alla madamina piemontese. Alla spensieratezza che questo nome si porta con sé.

Perché madamina non è affatto un diminutivo, altro che. Lo è, sì, in termini morfologici, ma nello specifico della piemontesità di cui è frutto, “madamina” indica la signora sposata che ha ancora la suocera vivente. A prescindere dall’età. Con i tempi che corrono non è difficile ritrovarsi madamine ben oltre la soglia della terza età, alle prese con una suocera centenaria. Ma “madamina” non è neanche soltanto una pura indicazione di parentela, di relazione familiare: il titolo porta infatti con sé un ruolo non meno specifico. Più che un ruolo, una assenza di ruolo. Perché nella tradizione piemontese, alla madamina, fintanto che la “madama” era viva, vegeta e soprattutto imperativa (e imperante), non spettava alcuna responsabilità nella gestione dei beni di famiglia.

In altre, povere parole, la “madamina” è una donna deresponsabilizzata per definizione. Non che se ne stia in ozio dal mattino alla sera, per carità. Anche se qualcuno ci chiama bogia nen, l’ozio non è proprio contemplato dall’alacre indole piemontese. La madamina, per contro, vive, educa i figli, accudisce il marito e la figliolanza. Ma non deve prendere decisioni perché quelle, fintanto che c’è, spettano alla suocera. Cioè la madama di turno.

Bei tempi, quelli delle madamine. Quelli in cui c’era un tempo, che durava magari decenni (lunga vita alla suocera), in cui una donna poteva essere esentata da ogni responsabilità, perché ce n’era un’altra a cui toccava. Tempi spensierati, frivoli, liberi... Oggi come oggi, a noi donne di qualunque età, stato civile e sociale, quello che non manca mai di certo sono le decisioni da prendere, le responsabilità da assumerci. Foss’anche per questo, chi scrive ha una predilezione particolare per un contadino del mercato di Porta Palazzo che saluta sempre con un sorridente, “madamina, che cosa le do?”, e di lì in poi la lista della spesa si sgrana in piemontese, fra un “madamina” e l’altro (peraltro per chi scrive inappropriato sotto tutti i punti di vista, anche quello formale.).

“Madamina” è diventato in quest’ultimo periodo qualcosa di più, qualcosa d’altro: lo stendardo di un nuovo movimento politico, nato letteralmente sotto la Mole, coltivato con l’inveterato understatement sabaudo, fiero della propria niente affatto falsa cortesia, di un savoir faire che si porta con sé glorie del passato e malinconie d’oggi, ma in fondo anche una certa qual fiducia nella capacità di superare gli ostacoli.

Ben venga, certo, un movimento politico nuovo, pieno di voglia di fare, di cambiare per restare sempre uguali a se stessi (che a noi piemontesi piace moltissimo, perché il nostro è un autolesionismo di facciata, più scaramantico che reale). Ben venga, un movimento di donne. E per una volta donne non patinate, donne non particolarmente giovani né particolarmente belle. Che sollievo per tutte noi, che siamo un po’ così, e siamo in tante. Ma attenzione a non far della vocazione di “madamine” un manifesto politico, perché non c’è politica senza responsabilità, e la madamina quella proprio non ce l’ha. Né la vuole. Perché siamo tutte (o quasi) madamine. Ma anche no, grazie.


[Numero: 151]