Liberi cittadini in libere piazze

L’esercizio della responsabilità

A Torino ci vado di rado e con gran cautela, è pur sempre la capitale del tiranno sabaudo, l’usurpatore del seggio dogale della libera repubblica di Genova e il persecutore dell’apostolo delle genti Giuseppe Mazzini, e sono piaghe che tuttora suppurano; aggiungasi che a Torino ci sono arrivato per la prima volta tirato per un’orecchia dai preti dell’oratorio, meta la genuflessione al cospetto di don Bosco morto stecchito che sembrava vivo e successiva visita premio a certe mummie egizie che un bambino non dovrebbe nemmeno sapere che esistono, e questi sono traumi che non si rimarginano. Certo però che quando ci sei a Torino bisogna pur dire che ha il suo che; è vero che è tutto un po’ troppo a angolo retto, ma quella compostezza così elegante, quei certi lampi di urbana follia, e quel suo culturame così poco sgargiante eppure fascinosamente concernente, e tutto quello stare poi della gente per strade e piazze come a casa, sono particolari che a noi della Superba ci intrigano per carattere. E per carattere, mazziniano carattere, come negarlo, noi qui dagli atri muscosi e dai fori cadenti abbiamo provato un sincero moto di invidia per quella piazza Castello, che in verità troppo ortogonale non è con quello sbuffo rococò nel mezzo, che l’apostolo delle genti aveva profetizzato e non aveva mai visto, la piazza del Popolo. E qui per popolo si intende l’unica accezione della parola che non odori di truffa e non esali abominio, l’unica che si possa declinare volto per volto, nome per nome, volontà per volontà, il popolo sovrano. Il popolo che si insedia nella piazza perché è il luogo della coscienza e dell’esercizio della responsabilità che dalla sovranità gli è stata consegnata, la responsabilità di ognuno sul proprio destino e sul destino di tutti. Questo ci è sembrato di scorgere dall’aspre fucine stridenti e dai solchi bagnati di servo sudor, il lindore di una moltitudine di sovrani convocati dal dovere che si fa diritto.


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