Liberi cittadini in libere piazze

E adesso tocca ai veneti: in piazza in nome del Lavoro

Ma dove sono le donne venete che, al pari delle romane e delle torinesi, potrebbero suonare il gong a Nordest? Dove sono mai le esponenti al femminile del ceto dirigente capaci di assumere pubblica responsabilità del loro malcontento e del loro diverso pensare rispetto a un governo ritenuto semplicemente vacuo e inconcludente? Troppo prese a lavorare, a testa bassa come gli uomini. E dunque, per dirla con Giuseppe De Rita, assai acerbo potrebbe apparire il ruolo politico della classe imprenditoriale e professionale a Est dell’Adige. Ma poi a setacciare con un po’ di cura nel magma ribollente le figure e le tesi di un manifesto politico emergono. Nel nome del lavoro, ancora. In difesa dell’impresa, ancora. Da parte di industriali e artigiani. Ma anche di coloro che nel recente passato venivano chiamati “dipendenti” e oggi sono sempre definiti “collaboratori”.

A proposito di donne, Maria Cristina Piovesana con garbo ma altrettanta fermezza non le manda a dire a chi sta al governo e specie alla componente gialla. La presidente vicario di Assindustria Venetocentro, terza territoriale di Confindustria con 3.300 imprese iscritte, 160mila dipendenti, in un territorio come Treviso e Padova con 51,8 miliardi di Pil e 33,5 di export, sostiene che «non è vero, come vuole l’interpretazione politica oggi prevalente, che il popolo ha sempre ragione e va, comunque assecondato nella sua volontà». Uno non vale uno. Manca la fiducia in chi sta al timone della nave. E così secondo Piovesana è venuto il tempo di «riprenderci in mano il nostro destino, di costruire una nuova politica, di recuperare il senso di comunità e di appartenenza solidale che serve nei momenti difficili di un Paese e di abbandonare quei comportamenti faziosi, di conflittualità permanente, di rancore sociale, di egoismo personale, generazionale o settoriale che sembrano essere l’unico alimento di cui si nutre e di cui è capace la modesta politica di questi nostri tempi».

Lo scontento lo dice anche più chiaro e tondo Agostino Bonomo, senza giri di parole, come si attaglia a uno che gestisce un forno di panetteria e guida una associazione autenticamente di popolo. Il presidente di Confartigianato Veneto, che con grande autorevolezza sta alla testa di una organizzazione forte di 60mila associati, sostiene che causa le «dissennate politiche economiche e l’assistenzialismo di questo governo, si consolida una nuova spaccatura nella società italiana, già divisa tra nord e sud, pubblico e privato, presunti poveri e presunti ricchi. È il partito della crescita, responsabile e sostenibile, contro il partito della decrescita, felice per pochi e che si avvia ad essere triste per molti». E così «a questo partito della decrescita irresponsabile» gli artigiani veneti e friulani risponderanno, con i loro colleghi di ogni pezzo d’Italia a Milano il prossimo 13 dicembre. Andranno in piazza per esprimere «una posizione netta, un avviso ai governanti ed un invito a non scherzare con il destino delle nostre imprese e quindi famiglie».

Lo sparo è ad alzo zero sulla intera cultura economica del governo, che implica il blocco delle opere pubbliche, una revanche statalista, un piglio assistenzialista e ovviamente lo scontro frontale con la Comunità europea. Aspetto, quest’ultimo, che agita i sonni di chiunque faccia impresa, sia che abbia un forno da pane o che costruisca forni per acciaierie.

Gianpiero Benedetti, presidente del colosso udinese Danieli, leader mondiale nella costruzione di impianti siderurgici, sostiene senza remore come «gli impegni con la famiglia in cui si è deciso di stare vadano rispettati» e osserva che «il genio di turno che propone di uscire dall’euro dimenticandosi e di tornare alla lira dimentica che il nostro debito resterà in euro». Nello strattonamento tra Roma e Bruxelles, dice ancora Benedetti, «la situazione italiana potrebbe diventare insostenibile».

Naturalmente non è da credere che i cosiddetti “produttori” siano orientati politicamente a sinistra. Ma il loro disagio dinanzi alla situazione presente è così impastato di concreta paura per i rischi crescenti dell’economia e della vita delle loro stesse imprese da indurli a contestare fieramente un governo che di sicuro - quanto meno per la parte a trazione leghista - hanno in massa votato.

A catalizzare lo scontento è in primis la questione del lavoro. Il reddito di cittadinanza contrasta in radice con una attitudine esistenziale. Lo rimarca per esempio pure Bepi Covre, imprenditore e già sindaco e parlamentare leghista nell’era bossiana, che propone una sintesi che è quasi una pagella: «Bene su immigrazione e sicurezza, malissimo su reddito di cittadinanza, pensioni a quota 100 visto che si vive di più e si nasce di meno. Male anche contro euro e Unione Europea. Si ignora la Storia, e le dinamiche valoriali del Lavoro. I comici rientrino nei teatri, gli sprovveduti tornino a casa a cercarsi un lavoro».


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