Liberi cittadini in libere piazze

Bimba cara, se permette le do il braccio

Quando portava in giro i parenti che venivano a vedere la nuova casa, orgoglio e gioia si trasformavano in un’espressione e un atteggiamento di compassata solennità, e anche Erika Weinschenk sembrava quasi, lei stessa, un’ammirata ospite. Trascinandosi dietro lo strascico della vestaglia, le spalle un po’ sollevate, la testa all’indietro e al braccio il cestino delle chiavi ornato di fiocchi di raso — andava pazza per i fiocchi di raso —, la signora Antonie mostrava ai visitatori i mobili, le portiere, le porcellane trasparenti, l’argenteria scintillante, i grandi quadri a olio comprati dal direttore: tutte nature morte con tavole imbandite e donne discinte, perché questi erano i gusti di Hugo Weinschenk — e i suoi gesti sembravano dire: Guardate, ecco cosa sono riuscita a fare una volta ancora nella vita. È quasi altrettanto signorile che da Grunlich e certamente più che da Permaneder! Arrivò l’anziana vedova del console, in seta grigia a righe nere, diffondendo intorno a sé un tenue aroma di patchouli, sfiorò placidamente ogni cosa con gli occhi chiari e, senza esprimere a voce alta il suo apprezzamento, mostrò una soddisfatta approvazione. Arrivò il senatore con moglie e figlio, si divertì con Gerda per il beato sussiego di Tony e impedì con fatica che ingozzasse il suo adorato piccolo Hanno a forza di porto e panini all’uvetta... Arrivarono le signore Buddenbrook, osservarono all’unisono che era tutto così bello, ma che loro, ragazze semplici com’erano, non avrebbero potuto vivere in un posto così... Arrivò la povera Klothhilde, grigia, magra e paziente, si lasciò prendere in giro e bevve quattro tazze di caffè, e poi lodò tutto con parole strascicate e gentili... Di tanto in tanto, se al club non aveva trovato nessuno, compariva anche Christian, prendeva un bicchierino di Bénédictine, raccontava che aveva intenzione di assumere la rappresentanza di una ditta di champagne e cognac — se ne intendeva ed era un lavoro piacevole, facile, si era padroni di sé, ogni tanto si annotava qualcosa sul taccuino e in quattro e quattr’otto si guadagnavano trenta talleri —, poi si faceva prestare quaranta scellini dalla signora Permaneder per poter offrire un bouquet alla prima amorosa del teatro cittadino, cominciava a parlare, Dio sa per quale associazione d’idee, di “Maria” e del “vizio” a Londra, capitava sulla storia del cane rognoso che aveva viaggiato in una scatola da Valparaíso a San Francisco e poi, visto che c’era, continuava a raccontare con tale abbondanza di dettagli, slancio e senso dell’umorismo che avrebbe potuto intrattenere una sala piena di gente. Si entusiasmava, parlava in modo estatico. Si esprimeva in inglese, spagnolo, basso tedesco e amburghese, raccontava storie cilene di accoltellamenti e di furti a Whitechapel, gli veniva l’idea di pescare nella sua riserva di strofette e cantava o parlava con mimica perfetta e gesti pieni di pittoresco talento:

Me ne andavo piano piano/ a passeggio per la piazza,/ quando passa una ragazza/ proprio lì davanti a me;/ e portava un gonnellino/ un culetto alla francese/ ed in testa a grandi tese/ si reggeva un cappellino.../ Io le dico: “Bimba cara,/ lei è proprio un gioiellino,/ se permette le do il braccio”./ Lei si gira, poi mi dice:/ “Su ragazzo, andiamo a casa,/ e spassiamocela un po’!”

E quando aveva finito, passava subito al circo Renz e cominciava a imitare perfettamente l’entrée di un clown inglese, tanto che si poteva credere di essere lì, davanti alla pista del circo. Si sentiva già il solito vocìo dietro la tenda.


[Numero: 151]