Celiaci veri e celiaci immaginari

Il tormento dell’onnivoro

Tempi duri per gli onnivori. Come quando, a corollario di un cortese invito a cena, la domanda di rito “intolleranze?”, la risposta “no, grazie” desta una lievissima vibrazione di delusione, che l’onnivoro/a sente il dovere di spazzar via con una piccola freddura, “Però sono intollerante a un sacco di gente”.

Mangiare di tutto è diventata ormai quasi una tara, certo il segno che non si è tanto capaci di stare al passo con i tempi. Mangiare di tutto, e magari pure con gusto, è cheap. “Intollerare” qualcosa di alimentare è doveroso, per stare in società; e non c’è cibo o ingrediente che non sia suscettibile di questo scarto. Dal pomodoro alla patata, dal glutammato di sodio alla polenta, dal vino bianco alla noce di Pekan. Trovarsi dall’altra parte della barricata, in parole povere decidere di invitare un gruppetto di amici a cena, può diventare una impossibile gimcana fra ricettari e mercati nel tentativo di metter su un menù compatibile con le intolleranze degli incautamente invitati commensali. Una specie di tiro incrociato, insomma.

Ma la vera maratona l’onnivoro la fa ormai fra le corsie dei supermercati. Lì, fra filari di ammorbidenti dai colori vivaci, davanti al banco del pesce fresco con tanto di provenienza indicata sulla cartina mondiale, a una quasi interminabile sequenza di formaggette, fra le vetrine appannate dei surgelati, l’onnivoro avverte, anzi tocca con mano la propria inadeguatezza. Tutto è elencato con certosina precisione, compresa una lunga e inquietante serie di “tracce” che il preparato potrebbe contenere, ma potrebbe anche esserne indenne. Tutto è allergene, e la parola non è certo confortante, neanche per chi sa che non deve preoccuparsi se le sue lasagne confezionate nascondono fra le pieghe della besciamella qualche cascame di arachide. Le pescherà dal bancone con un misto di sospetto (“non sarà che fanno male pure a me che sono onnivoro/a?”) e senso di colpa (“Perché io posso mangiarle e tanti no?”), con uno sguardo circospetto, per non destare cattivi pensieri nella marea di consumatori intolleranti.

Ma se c’è un reparto dove l’onnivoro si sente più inadeguato che mai è quello dedicato alla celiachia. E se i tempi sono un po’ tristi per tutti, fra debito pubblico che sale e entrate che scendono, lo stesso non può dirsi per le corsie “senza glutine” dei supermercati, gioiose macchine da guerra in continua espansione, pronte a mangiarsi in un solo boccone filari di uova e salatini. È un’espansione irrefrenabile, continua.

Qui, in quello spazio in cui l’onnivoro/a si sente fuori posto più che mai, tutto è all’insegna del “no” privativo: fra gli ingredienti del panino, del pacco di pasta all’uovo, del filetto vegetale, del tonno pinna gialla in scatola, non compare nulla di quello che i sensi direbbero che c’è. Qui regna un minimalismo alimentare estremo che sbatte in faccia all’onnivoro/a tutta la sua pochezza e lo conduce piano piano verso una specie di odio di sé che magari togliesse un briciolo di appetito all’onnivoro/a quasi sempre sovrappeso. Macché.

Però, se non altro, tornando a casa con i suoi sacchi di banale spesa alimentare per tolleranti, l’onnivoro/a si porta con sé un nuovo dubbio. E come ben si sa i dubbi sono spesso salutari, fanno bene alla digestione. Con tutto il rispetto e la solidarietà verso chi celiaco lo è per davvero, e ne soffre sul serio, il dubbio bisbiglia: com’è che sono così tanti? Qual è davvero il target di quella corsia di supermercato che ha per simbolo una bella spiga di grano barrata come un senso vietato, un divieto d’accesso? Non sarà che ogni tanto si esagera, come quell’amico che giusto qualche giorno fa diceva con aria compresa e gli occhi bassi da dolente prefica, “ho scoperto di essere intollerante al glutine, purtroppo mi bastano cento e cinquanta grammi di pasta che sento uno di quei pesi sullo stomaco, che non ti dico...”.


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