Celiaci veri e celiaci immaginari

I chicchi di grano, modello di armonia

È nato nella cenere, sulla pietra. Il pane è più antico della scrittura e del libro. I suoi primi nomi sono stati incisi su tavolette d’argilla in lingue ormai estinte. Parte del suo passato è rimasta fra le rovine. La sua storia è divisa fra terre e popoli.

La leggenda del pane affonda nel passato e nella storia. Si sforza di accompagnarli senza identificarsi né con l’uno né con l’altra. Il mattone servì da modello a colui che fece cuocere la prima focaccia. In età di cui non si serba memoria o testimonianza, terra e pasta vennero a trovarsi sul fuoco l’una accanto all’altra. Il legame del pane con il corpo umano si creò fin dall’inizio.

Resterà un mistero, forse per sempre, dove e quando germogliò la prima spiga di grano. La sua presenza richiamò lo sguardo dell’uomo e suscitò la sua attenzione. La collocazione dei chicchi – il loro ordine all’interno della spiga – offriva un modello di armonia, di misura, forse anche di uguaglianza. Le molte specie e qualità dei cereali stimolarono il senso della diversità, della virtù, probabilmente anche della gerarchia.

Il grano nasceva in varie regioni del mondo. Le sue tracce sono state rinvenute nelle pianure della «mezza-luna fertile». Sull’Eufrate splendeva una stella chiamata Anunit, mentre sul Tigri brillava la «stella Rondine» – era diffusa la credenza che la loro luce contribuisse alla fertilità della Mesopotamia. Le prime specie di cereali comparvero nel Corno d’Africa, fra il Mare Grande e il Mare delle Canne, a poca distanza da Axum, dall’Asmara, da Addis Abeba. Sugli altopiani dell’Etiopia e dell’Eritrea, dove finisce il deserto, il clima diventa più mite, la terra si fa più umida. Nelle vicinanze nasce il Nilo Azzurro, che finisce per versarsi nell’alveo che divide con l’altro Nilo, quello Bianco, matrice comune del prodigioso fiume. È una regione molto soleggiata.

«Il pane è il frutto della terra benedetto dalla luce», sono le parole del poeta.

Alcuni cereali furono introdotti in Egitto dal vicino Oriente. Ma percorsero anche altre strade. Semi car- bonizzati sono stati rinvenuti anche nella parte occi- dentale del deserto africano, nell’oasi di Farafra, su fo- colari vecchi più di ottomila anni – un tempo qualcu- no deve aver seminato e mietuto anche là. Le tribù del deserto si avvicinavano al Nilo tentando di restare ac- canto alle sue sponde. Venivano dal Sahara, che un tempo somigliava alla savana ed era solcato da ruscelli dove i nomadi placavano la sete e si abbeveravano i cammelli e le antilopi.

I beduini si fermavano nelle oasi e proseguivano la loro via. Anch’essi sono più antichi della storia.

L’origine del pane accompagna la trasformazione dei nomadi in stanziali, del cacciatore in pastore, di entrambi nell’agricoltore. Gli uni si trasferivano da un luogo di caccia o da un pascolo all’altro, gli altri dissodavano le brughiere e aravano i campi. Caino si scontrò con Abele. Il nomadismo spingeva all’avventura, la stanzialità richiedeva una maggiore pazienza. Nei graffiti scoperti sulle pareti delle grotte dove si rifugiavano i nomadi prevalgono linee dal tratto lungo e spezzettato, che sembrano partire da un punto e portare verso un altro – da ciò che è sconosciuto a ciò che rimane tale. I disegni delle popolazioni agricole tendono invece a determinare uno spazio circolare e circoscritto, all’interno del quale si può intravedere un centro, o forse un riparo.

Le semine e i raccolti portarono alla suddivisione del tempo in stagioni, dell’anno in mesi, settimane, giorni. I sentieri abbreviarono le distanze. Capanne vennero erette nel fondo delle valli, palafitte lungo i fiumi. I solchi cambiarono l’aspetto dei campi. Le spighe coprirono le loro distese. Da una generazione all’altra, il paesaggio cambiava.


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