Celiaci veri e celiaci immaginari

Da pilastro della crescita a spauracchio alimentare: la damnatio del glutine

Il glutine si è trasformato in uno spauracchio. Difficile restare indifferenti, la demonizzazione “glutinica” contamina anche chi non sia portatore di una reale prescrizione clinica all’astensione. Sia sacrosanto premettere che si riconoscere il passo avanti in civiltà per il fatto che le persone con celiachia ora possano spaziare in una scelta alimentare molto più vasta e articolata del passato, in cui si dovevano accontentare di pochi e tristerrimi presidi esposti in uno scaffale di farmacia piuttosto che in un negozio di alimentari.

Chiaramente un mercato che investe in gluten free deve anche allargare il bacino dei possibili acquirenti e quindi siamo oramai quasi tutti subliminalmente convinti che avremo la salvezza solo se rinunciamo al glutine. Si parla di una percezione e chiaramente qui nessuno si azzarda a tirare in ballo l’evidenza scientifica in tale condanna sociale per l’iniquo glutine.

Sta di fatto che è apprezzabile e relazionalmente appagante dichiarare l’astinenza volontaria da glutine, anche in assenza di celiachia, unicamente come una scelta ecologica, equosolidale, politicamente corretta, rispettosa delle minoranze, contro la discriminazione di genere, amica dei cucciolotti orfanelli.

È facile insinuare il dubbio su cosa realmente sia il glutine, dove si annidi, quale sia il suo aspetto, le sue perverse mistificazioni. Il glutine è diventato cattivo, questo ci basti e quindi, potendo scegliere, è tassativo sempre optare per la versione gluten free di qualsiasi prodotto commestibile ci sia offerto; dal gelato alla pizza, dai biscottini da tè alla cioccolata, che tra l’altro è sempre stata immune da glutine dal tempo degli Aztechi probabilmente.

Nella campagna di scomunica generale per lo meno il glutine non è solo, si è trovato il lattosio come compagno d’esilio, ora non c’è nulla di più glamour che potersi dire intollerante al glutine e lattosio, perfetta accoppiata di fantasostanze micidiali per ogni uomo o donna di buona volontà, anche in mancanza di prove. Non è importante che sia definibile un concreto riscontro clinico sul perché ci si possa sentire in migliore salute se si beva latte senza lattosio e si mangi pane senza glutine, sta di fatto che sia percepito come una quasi liturgia sacramentale, che ci ricongiunge con un perfetto stato di natura per cui ci sentiamo tutti “sgonfiati”.

Bisogna pure avere dei nemici e oggi il glutine, come il lattosio è perfetto protagonista di una narrazione epicopallonara per cui “nelle buone cose di una volta il glutine era diverso”, come di deduce che lo fosse il latte, quindi giù a inventarci nuovi succedanei alimentari. Eppure dovremmo tutti sentirci un po’ infami per tale damnatio memoriae per il vecchio glutine, che per almeno cinque o sei generazioni del passato era considerato uno dei pilastri più robusti per alimentare l’infanzia. Dall’invenzione di puro marketing delle “pastine glutinate”, eserciti di mamme hanno pensato bene che il glutine fosse il rinforzo indispensabile per una crescita sana dei loro infanti.

Bastava scrivere sulla scatola che nelle stelline in brodo c’era glutine a gogò per fare la differenza, ne era testimone la pubblicità d’epoca dalle prime pastine glutinate di fine 800, che erano proposte come il più formidabile rimpiazzo al latte materno, fino agli anni del boom dove in una locandina con due bambini che andavano in altalena si millantava che, proprio alla stessa pastina glutinata, dovevano la loro spinta verso la conquista del futuro.

Negli anni 60 poi in un Carosello la pastina glutinata era addirittura assimilata a un nutrimento culturale, a pubblicizzarla avevano messo un azzimato e giovanissimo Giorgio Albertazzi che declamava celebri poesie d’amore …Ma erano ancora i tempi in cui al glutine era attribuito il potere di benefico corroborante al palpito vitale e non di stimolatore inverecondo di turbinio intestinale.


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